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martedì 2 agosto 2011

UNA VANA SPERANZA

Domanda: cosa penserebbe e soprattutto come reagirebbe, la cattolicissima Bindi Rosaria da Sinalunga, se un autorevole esponente del fronte laico e socialista, a fronte del rincorrersi di documentate denunce di sempre più allarmanti e gravi episodi, definisse "pedofili" tutti i preti di Santa Romana Chiesa? Proprio ieri il giovane democratico Marco Palillo ha postato sul sito web di Rondolino e Velardi (già comunisti, già spin doctors dalemiani, oggi ancora in cerca d'autore), una bellissima lettera in cui, senza perifrasi dichiara la propria indignazione e cerca di confutare le gravi, gratuite e non inedite affermazioni sui socialisti della presidente del Pd, sulle quali, peraltro, non varrebbe neppure la pena di soffermarsi, tanto appaiono grottesche e gonfie di livore, degne di una bigotta, assidua frequentatrice di qualche maleodorante sacrestia gestita da un prete seguace di Lefebvre. La lettera di Palillo è scritta sicuramente in buona fede e adotta argomenti in larga parte condivisibili: tuttavia affermare che "il Pd deve rimanere la casa di tutte le anime del centrosinistra che vogliono raccogliere la sfida di governare il cambiamento" (sic), significa aver guardato in questi anni un altro film. Soprattutto significa esprimere una vana speranza poichè alcuni degli esponenti di maggior rilievo del Pd come Bindi o l'ineffabile Veltroni, altro non sono che i pessimi interpreti pavloviani e gli zelanti pasdaran di una sottodottrina politica conosciuta come compromesso storico che considera con fastidio al proprio interno l'esistenza stessa di una componente socialista. Costoro, in altre parole sono gli aspiranti becchini della sinistra riformista, liberale, laica e garantista, a cui il giovane blogger dice di aspirare.
E, come si usa dire: "chi vive sperando...."
EP

domenica 3 luglio 2011

GLI IRRESPONSABILI

Ognuno deve essere libero di poter manifestare il proprio dissenso con una protesta civile, ma questi continui episodi di violenza dovrebbero essere duramente condannati da tutte le forze politiche, non certamente attizzati come qualche irresponsabile continua a fare. Un ulteriore danno alla democrazia testimoniato anche dal fatto che c'è una sinistra che difende questi episodi di violenza contro le forze dell'ordine a cui va tutta la nostra solidarietà'. Una sinistra così non può pensare di governare il Paese.
RICCARDO NENCINI


venerdì 6 maggio 2011

UN'EPINAY ITALIANA

Come si fa – prendendo in prestito le parole di Antonio Giolitti - a costruire in Italia una sinistra “credibile, affidabile e praticabile”?

Io aggiungerei: a chi dar retta, a Veltroni o a Napolitano?
Il primo ripropone dopo il test elettorale di Milano e Napoli la riapertura del confronto interno al Pd, ovvero la messa in discussione del segretario attuale, per ripercorrere la strada fallimentare dell’autosufficienza del Pd, negando l’alleanza elettorale con i riformisti, ma accettando il cappio estremista di Di Pietro.
Il Presidente della Repubblica suggerisce invece un’analisi impietosa degli ultimi quindici anni, che non si limiti al solo Pd, ma a tutti i partiti dell’opposizione che si richiamano alla sinistra.
Inneggiare però all’intervento di Napolitano senza mettere mano a ‘questa’ sinistra sarebbe un comportamento da sciocchi.
La risposta la devono dare per primi i partiti della sinistra riformista, Pd e socialisti, con la mossa del cavallo, da fare subito dopo queste amministrative.
Evitiamo di ricadere nelle polemiche autoreferenziali e passiamo direttamente a dare vita ad un movimento nuovo di zecca che si richiami al socialismo liberale; un “partito per l’Italia” legato al Pse e che si batta per allargare l’Internazionale socialista all’area democratica, dialogando con Obama, ma anche con i leader laici che possono emergere dalla stagione di rivolgimenti che sta interessando alcuni Paesi africani.
Noi siamo pronti a una costituente che riprenda la strada interrotta nel 2005, quella della coalizione riformista, a partire da Pd e socialisti.
Quella coalizione segnò una duplice vittoria, nelle europee del 2004 e nelle regionali del 2005 vinse perché era “credibile, affidabile e praticabile”; e furono le ultime vittorie.
Ci serve un’Epinay italiana.

RICCARDO NENCINI

martedì 22 marzo 2011

A SENSO UNICO

Una parte della sinistra italiana deve uscire dall’ambiguità e riconoscere che è il popolo libico che va aiutato, non il dittatore sanguinario che lo opprime.Il pacifismo a senso unico è un vecchio vizio difficile a guarire. Ieri marciavano finendo per sostenere il totalitarismo sovietico, cinese e cubano, poi quello di Milosevic e Saddam, e oggi rischiano di fare lo stesso per quello del Rais di Tripoli. Anche in Libia oggi come nella Spagna del ’36, c’è una democrazia nascente a cui i popoli amanti della libertà devono dare un’opportunità. Cosa avrebbero fatto Vendola, Ferrero e Diliberto nel ’36? Si sarebbero arruolati nelle brigate internazionali o avrebbero manifestato contro la guerra facendo l’occhiolino a Franco?

RICCARDO NENCINI

IL PACIFISMO DI DESTRA

L’intervento in Libia, a difesa della resistenza a Gheddafi e su mandato dell’Onu, ha fatto emergere, per la prima volta, una sorta di pacifismo di destra nel nostro paese.Sarebbe meglio dire un “non interventismo egoistico”, ma se alla prevedibile e rituale contestazione comunista di Ferrero e Diliberto, che parafasando Chavez, ripropongono il vecchio slogan ”Americani go home”, oggi si aggiunge un vasto fronte di contestatori di destra, è giusto tentare di capire meglio. Se il non interventismo di sinistra, infatti, è un deja-vu, quello di destra è una novità i cui caratteri vanno meglio individuati. Ne colgo soprattutto tre: uno riferito alle conseguenze sul terreno dell’immigrazione interna, il secondo riferito al possibile danno sulle importazioni di materie prime, e dunque in particolare del petrolio, il terzo sulle incognite politiche dei nuovi alleati. Credo si tratti di questioni che non possono certamente essere sottovalutate. Ma, a parte il fatto che è tutto da dimostrare che non si sarebbe sviluppata una maggiore immigrazione dalla Libia qualora Gheddafi fosse stato lasciato libero di sterminare la propria popolazione ribelle e non si sarebbero verificate anche conseguenze sul prezzo e l’esportazione del greggio, non vedo come queste due preoccupazioni possano condizionare, anzi determinare, l’atteggiamento dell’Europa e degli Stati uniti nei confronti di un possibile genocidio. In questo caso, e la posizione di destra, allora, è anche tutto sommato coerente, i nostri interessi egoistici dovrebbero contare più dell’apporto umanitario, peraltro apertamente richiesto e oggi esaltato dai ribelli. Lasciamoli morire, insomma, per non avere, noi, possibili danni. Posizione che la Lega ha assunto e che alcuni autorevoli esponenti del centro-destra hanno in qualche misura fatto propria. Mi riferisco a Giuliano Ferrara, ieri favorevole all’intervento in Iraq non autorizzato dall’Onu e oggi assai perplesso di fronte a quello in Libia, attuato su mandato delle Nazioni unite. In lui c’è, ed è evidente, un atteggiamennto di ostilità nei confronti del presidente Obama, al quale egli ha sempre preferito il decisionismo di Bush. Anche questa questione, e cioè la presidenza democratica di Obama, condiziona oggi il pacifismo di destra. Com’eran belli i tempi in cui Bush, e prima di lui, Reagan, bombardavano a piacimento senza nessun mandato internazionale, coi muscoli e non con la ragione. Il terzo argomento dovrebbe essere, di contro, una forte motivazione per l’intervento.
Pensiamo alle possibili reazioni dei ribelli a fronte dell’indifferenza delle Nazioni unite. Le tendenze anti occidentali avrebbero avuto decisamente il sopravvento. Questioni tribali, integralismi islamici, vecchi rancori territoriali, sono certamente presenti nell’area della rivoluzione, ma è appunto la necessità di separare l’aglio dall’oglio, cioè le tendenze democratiche da quelle integraliste, il compito che ci attende e al quale non avremmo certamente potuto assolvere con l’indifferenza. Se il neo pacifismo di destra è una novità, ma è
assolutamente spiegabile, quello di sinistra è una sorta di parodia del passato. Un nuovo Vietnam, una nuova Corea, che di tanto in tanto s’affacciano come ricordi indelebili di vecchi compagni di scuola. Ieri con barba e capelli lunghi, oggi scantonati e imbiancati. Se l’Occidente non avesse mosso un dito a fronte della repressione di Gheddafi avrebbero ugualmente protestato e marciato per l’ignavia del capitalismo che continua a trattare coi dittatori. Visto che hanno deciso di muoversi, allora non cambia l’accusa. Lo fanno solo per interesse, per il petrolio. Come ribattere a due accuse uguali su due comportamenti opposti? Impossibile. E poi ancora. Ma se intervengono in Libia allora perchè non intervengono dappertutto, ovunque ci sono dittatori? Che mi ricorda la vecchia teoria del benaltrismo, che serviva a non parlare mai
di una questione alla volta. E che porta ancor oggi ad una conclusione assurda: ”E’ meglio non intervenire mai e lasciare tutto com’è”. Paradossale no? Credo che adesso la situazione sia delicata. Non sono certamente uno di quelli che credono che la coalizione risolverà in fretta la vicenda libica. Il mandato dell’Onu è troppo ristretto e non prevede nessuna occupazione di Tripoli. E dunque il problema che si
porrà sarà quello di conciliare il mandato avuto, esclusivamente in difesa della popolazione civile, con la dittatura di Gheddafi che, se restasse al potere, potrebbe diventare assai più pericoloso di prima. Ma questa è un’altra storia che nessuno, però, potrà trascurare.

MAURO DEL BUE

giovedì 24 febbraio 2011

L’UMBRIA E I SUOI PRIMATI

Fino a qualche anno fa, la mia regione era piuttosto anonima per quel che

concerne i cattivi esempi e comportamenti della società. Sono cresciuta con la fotografia di tanti uomini e donne dalla cultura profondamente di sinistra che la domenica, però, non rinunciavano ad andare a Messa e per i quali i valori del cattolicesimo erano base fondante della loro educazione. Nei miei ricordi ho solo immagini di famiglie unite, dove termini come divorzio o violenza venivano visti lontani, riferibili alle grandi città, non ammessi in una
società provinciale forse, ma serena. Negli ultimi due giorni però i titoli dei
giornali regionali stanno dimostrando come invece tutto sia cambiato, tutto si
sia evoluto diversamente, tutto sia andato perduto. Ieri: l’Umbria prima
regione in Italia per richieste di annullamento da parte del tribunale
ecclesiastico di matrimoni. Oggi: l’Umbria prima regione in Italia per quel che concerne la violenza sulle donne. Cosa accade? Forse i coniugi umbri si sono scoperti all’improvviso meno bigotti nei confronti del divorzio ed hanno capito che un matrimonio può anche finire, però non sono ancora in grado rinunciare alla benedizione della Chiesa? Forse le violenze sono sempre esistite, ma oggi
le donne hanno il coraggio di denunciare perché più autonome economicamente, meno legate al “chissà che dice la gente” e maggiormente assistite da associazioni ed Istituzioni? Certo è che mai avrei immaginato che l’Umbria, poco meno di un milione di abitanti, tanti piccoli comuni, tanta brava gente, sarebbe riuscita nel primato per nulla invidiabile di essere sopra a regioni popolate da milioni di persone nella violenza. Le donne sono probabilmente sempre l’anello debole in rapporto, ma il fatto che non ci sia rispetto per il loro corpo e per la loro integrità fisica, psicologica ed anche economica (nel caso dell’annullamento del matrimonio) mi rimane ancora impossibile da accettare. Non voglio addentrarmi in considerazioni politiche o giudizi morali,
sarebbe molto facile analizzare il comportamento della Chiesa in merito e premiare le Istituzioni dall’altro per aver favorito lo sviluppo di enti a favore delle donne e delle pari opportunità; voglio, invece, solo dire che lo
sviluppo ci ha portato dei vantaggi, ma anche delle profonde delusioni. Ho scritto queste poche righe per dire che io ricordo quella fotografia con affetto, piena di colori dove il rosso delle bandiere era al fianco del bianco delle candele, dove le donne erano purtroppo solo madri di famiglia e donne di casa, ma dove il rispetto per ogni essere umano era al primo posto nella scala dei valori.

CLAUDIA BASTIANELLI

mercoledì 23 febbraio 2011

LA SINISTRA ETA' DELL'ORO

Inizio da Fausto Bertinotti, che da tempo non percepivamo così attento ai destini della sinistra italiana. La sua convinzione nella necessità di un big bang, una deflagrazione come unica via per far nascere nuove idee e nuove coalizioni ci trova in parte concordi ed è la riprova che le alchimie antiberlusconiane tout court provocano più disastri che benefici.

Non possiamo dire che Silvio Berlusconi si sia rafforzato negli ultimi mesi (scende in Italia, sale nel mercato parlamentare), anzi ha dimostrato ampiamente di avere esaurito l’energia che lo ha reso protagonista (quasi) assoluto dell’ultimo quindicennio di storia italiana; ma, paradossalmente, nel momento di maggiore difficoltà emerge con altrettanta chiarezza che un’alternativa oggi, se c’è, è molto debole. Sto parlando di un’alternativa credibile e vincente, di un progetto per il futuro in cui gli italiani possano riconoscersi.
Dunque non è cosa fuori dal mondo che solo uno scossone, un terremoto che scomponga e ricomponga il quadro dell’attuale opposizione possa dare nuovo slancio a una coalizione che cerca un centro di gravità permanente.
I punti di contatto con Bertinotti, però, finiscono qui, perché l’ex leader comunista continua nell’errore che, dal ‘94 ad oggi, ha impedito al centrosinistra di accreditarsi davanti agli elettori come una credibile forza di governo. La malattia della sinistra è l’‘oltrismo’, il voler andare oltre senza mai fare i conti con la propria identità e la propria storia. Ciò ha impedito che si verificasse qualcosa di analogo a una Epinay, ovvero un momento di ricomposizione sotto un unico tetto dei riformisti.
Bertinotti, e tanti con lui, non parla mai di socialismo italiano; va oltre; parla confusamente e indistintamente di socialismo europeo, ma sposta la frontiera in una terra di nessuno. Lo schema di un partito di ispirazione social-liberale alleato con il cattolicesimo democratico è il nucleo di un progetto riformista di governo che i socialisti italiani già intravidero negli anni ‘80. Da lì in poi, con Tangentopoli e la fine del PSI, è iniziata una traversata nel deserto infinita, l’albero di Bertoldo.
Dobbiamo partire da un’idea di centrosinistra in grado di cambiare l’Italia e da valori che possano scaldare i cuori della gente, non da un’irritante guerra per la leadership di una nave senza timone e senza rotta. Il rischio, sempre più evidente, è che lo strumento delle primarie diventi un cappio al collo che pian piano si stringe.
Con l’unica eccezione degli Stati Uniti d’America, nelle grandi democrazie il leader che aspira al governo è colui che guida il partito più grande. Così è per un semplice assioma: sono i partiti a selezionare la classe dirigente, a formarla e a scegliere i migliori per la leadership. L’anomalia italiana si rinnova e ritarda il processo di modernizzazione di una sinistra che si domanda se deve allearsi con l’ex missino Gianfranco Fini o con il giacobino Antonio Di Pietro. Domande che farebbero rabbrividire qualsiasi progressista francese, inglese o tedesco da noi diventano temi in cima all’agenda.
Le domande a cui dobbiamo rispondere, invece, sono quelle dei precari senza possibilità di pianificare la propria vita oltre l’arco temporale di un anno, dei lavoratori costretti a misurarsi con più doveri e meno diritti, degli studenti che scendono in piazza con il pretesto di una riforma sbagliata, ma soprattutto contro partiti e istituzioni incapaci di ascoltare le loro ragioni.
In attesa dell’età dell’oro, c’è il rischio di perdere la fiducia dell’Italia migliore

RICCARDO NENCINI
(Editoriale sull' Avanti! della domenica n.7 del 27 febbraio 2011)

sabato 19 febbraio 2011

SCONCERTO

Non sarà una sorpresa, ma quella contestazione dei ministri leghisti sulla festa dell’Unità d’Italia non può non produrre sconcerto. Perchè se c’è una cosa che dovrebbe unire è proprio questa: il valore dell’unità della nazione. Unità che produce l’amor patrio. Siamo l’unico paese del mondo in cui addirittura nella stessa coalizione di governo non c’è accordo su questo. Non si tratta di un principio qualsiasi. Si tratta della base su cui si deve fondare una maggioranza. Anzi, dovrebbe trattarsi di una condivisione che unisce tutte le forze politiche al di là della loro partecipazione a un governo, come avviene del resto negli Stati Uniti e anche nelle grandi democrazie dell’Europa. E’ stato così sempre anche in Italia almeno dal dopoguerra ad oggi. Anche nei momenti di scontro ideologico e di sistema più aspro sia il Risorgimento sia la Resistenza hanno unito le diverse forze politiche in campo. Ma se sulla Resistenza si affacciavano accenti e giusficazioni diverse (il Msi era tenuto per questa sua diversità fuori dall’arco delle forze costituzionali), sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia nessun partito aveva mai manifestato una così inconciliabile diversità di accenti e di opinioni. Per di più nella storia d’Italia, a partire proprio dalla fase unitaria post risorgimentale, è stata proprio la destra ad esaltare, più che non la sinistra, il valore assoluto dell’unità. E questo è l’aspetto nuovo e preoccupante dell’attuale stagione poltica. L’ennesimo paradosso, la nuova sconcertante anomalia. E cioè che mentre la sinistra è tutta più che mai coperta dietro l’ombrello dell’unità nazionale, e anche il commovente omaggio sanremese di Benigni lo testimonia, nella destra si è aperta una falla clamorosa, proprio su un tema che è sempre stato caratteristico più della destra che della sinistra: il tricolore, l’unità della nazione, l’amor patrio. Vedremo come finirà. Posso solo auspicare che la sinistra non faccia il suo ennesimo autogol e non consideri più la Lega una sua costola. Anche quando, caro Bersani, il principale avversario appare un altro, non bisogna mai fare dell’opportunità l’unica politica scambiando la tattica con la strategia. Almeno su questo tornare ai classici non sarebbe proprio un male.

MAURO DEL BUE



lunedì 24 gennaio 2011

LO STATO DELLE COSE

Il portale Thefrontpage oggi ha pubblicato un appello, "Cari compagni, per il nostro bene, fermatevi", nel quale, nella sostanza, gli illustri firmatari si rivolgono al popolo della sinistra affinchè cessi di praticare la professionedell'antiberlusconismo giustizialista.
L'appello che peraltro, come dire, appare un pò tardivo e pure peloso perchè la sveglia arriva quando c'è di mezzo Berlusconi, sarebbe da sottoscrivere specialmente laddove si legge "oggi la sinistra rischia una involuzione autoritaria, rischia di abituarsi a pratiche liberticide".
Giusto. Il problema sta nel fatto che non è che si rischia: la sinistra ancora molto postcomunista e poco riformista (per favore Sansonetti, Rondolino e Velardi, chiamiamo le cose con il loro nome) ha già in larga parte un siffatto profilo.
Noi non ci siamo dimenticati degli abusi inauditi e dei danni arrecati per via mediatica e giudiziaria, nel biennio 1992-94, alla sinistra riformista e garantista, che, tanto per ricordarlo ai primi firmatari dell'appello (soprattutto a Del Turco che di quella comunità ha fatto parte), in Italia come in Europa si chiama socialista, sostantivo che nel vostro appello, inspiegabilmente vi guardate bene di utilizzare.
Noi non ci siamo dimenticati che poco meno di tre anni fa l'allora segretario del Pd Veltroni, preferì collegarsi con l'Idv, il partito dei giustizialisti per definizione, siglando un accordo che prevedeva persino gruppi parlamentari unici, trattando i socialisti come i parenti poveri, escludendoli dalla coalizione e privandoli della possibilità di entrare in parlamento.
Noi non ci siamo dimenticati che pochi mesi dopo strinse, senza che ve ne fosse la necessità, un patto con Berlusconi per cambiare la legge elettorale alle europee, introducendo lo sbarramento al 4% e impedendo ai garantisti della sinistra (socialisti e radicali ad esempio) di concorrere ad eleggere ma anzi consentendo all'Idv, che peraltro, a babbo morto, aveva stracciato il patto cretino dei gruppi unici, (in altre parole facendosi i suoi, alla Camera e al Senato) di eleggere a Bruxelles fior di giustizialisti come De Magistris e Alfano.
Avendo buona memoria e un briciolo di capacità di analisi possiamo sostenere a buon diritto che sono queste le cause della deriva giustizialista e forcaiola che oggi è divenuta ormai prassi sedimentata e praticata a tutti i livelli.
Sabato scorso, a Lissone-Brianza, appassionatamente insieme, militanti del Pd e dell'Idv, hanno riesumato i riti che venivano praticati a Roma davanti all'Hotel Raphael e alla sede del Psi, inalberando cartelli offensivi e lanciando monetine.
Purtroppo questo è ancora lo stato delle cose e ci si aspetterebbe che da questi fatti, più che dalle vicende di un Premier dicusso e screditato, muovessero le riflessioni dei firmatari dell'appello.
EP

venerdì 14 gennaio 2011

IL RIFORMISMO E LA RUGGINE DEL NOVECENTO

L'Italia di oggi, quella che la globalizzazione ha relegato a comprimaria nelle dinamiche mondiali, è un paese stretto da tre deficit: di coesione sociale, di missione, di decisione. Crisi sociale, crisi economica, crisi politica. E’ esplosa la disaffezione politica – astensione dal voto, crollo delle iscrizioni ai partiti, disinteresse e caduta della partecipazione civica - ed anche regioni ad alto tasso di ‘civismo’ allontanano la loro sensibilità dai luoghi istituzionali.

Il riformismo del terzo millennio è chiamato a definire una visione di società alternativa a quella della destra, che ha già scelto la sua strada sposando la triade tremontiana ‘Dio, patria, famiglia’.
E’ la sinistra ad essere in ritardo, perché ha reagito al cambiamento senza aver saputo leggere la trasformazione radicale della società italiana. Il caso Fiat ne è l'emblema, con la riproposizione dello scontro di classe e della logica del conflitto tra lavoratori e padroni. I cancelli di Mirafiori portano ancora la ruggine del Novecento.
I fattori decisivi attorno ai quali costruire il ritorno al governo sono il merito, l’inclusione, la responsabilità, l’identità e l’autorità. Includere atipici e flessibili, quel 'terzo popolo' che ha retto l’economia italiana nel vortice della crisi senza avvalersi di nessuna tutela. Includere significa considerare i cittadini non solo come produttori ma anche come consumatori, imporre la parità di genere, consentire ai migranti in regola con la legge di godere dei nostri stessi diritti. Il merito è il principale strumento per tendere alla giustizia sociale, stabilire un'uguaglianza di opportunità e sconfiggere il familismo amorale. Il merito riguarda amministratori e legislatori, perché il governo della cosa pubblica, il comportamento degli amministratori, la condotta civica richiedono rigore e responsabilità. È ormai troppo alto il costo dei diritti conquistati e dilatati oltre misura nel secolo scorso, occorre bilanciarli con più doveri e più responsabilità.
La sinistra deve infine conservare la sua tendenza cosmopolita dimenticando di essere l’erede del terzinternazionalismo e ricordandosi di essere soprattutto ‘nazionale’. Deve coltivare di più e meglio le identità territoriali, con un riformismo 'glocal' che sappia declinare questa nuova visione del mondo in decisioni capaci di accrescere lo sviluppo di un territorio e definire un diverso assetto istituzionale contro i tanti conservatori. Gli stessi che per decenni hanno negato all'eresia riformista il diritto di cittadinanza nella sinistra italiana.
RICCARDO NENCINI
(da Corsera-Fi del 14 gennaio 2011)

martedì 4 gennaio 2011

KING ARTHUR

Il prossimo 11 gennaio Arthur Scargill compirà 72 anni.

King Arthur, per chi non lo sapesse o non lo ricordasse fu, negli anni 80 il bellicoso leader del NUM il sindacato dei minatori inglesi, che si rese protagonista di un braccio di ferro con i vertici dell' ente minerario britannico, perdendolo rovinosamente a causa della sua ostinazione a rifiutare qualsiasi compromesso e regalando, a conti fatti, grazie anche al sostegno politico dell'allora sclerotico Labour party di Michael Foot, a Margaret Thatcher e ai conservatori anni di successi e popolarità.
Il binomio Scargill - Foot condannò la sinistra britannica ad un ventennio di sconfitte nella mutante società d'oltremanica, dalla quale si riprese soltanto con l'avvento di Tony Blair.
Scargill, non pago del disastro a cui condusse il NUM, oggi del tutto marginale nel mondo sindacale britannico, promosse una scissione del Labour contro Blair, fondando il Socialist Labour Party (SLP)che ebbe un tale successo che l'acronimo divenne sinonimo di Scargill' s Leaving Party, il partito di quelli che abbandonano Scargill.
Un disastro politico dal quale taluni suoi emuli della sinistra nostrana dovrebbero oggi trarre qualche insegnamento.
EP