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domenica 28 agosto 2011

QUELLI CHE...(di Del Bue-Jannacci)

"Quelli che vorrebbero tagliare le pensioni ed evitare il contributo di solidarietà ai ricchi perchè è più liberale, quelli che vorrebbero abolire le provincie... degli altri, oh ieh. Quelli che vorrebbero far pagare le tasse a tutti, ma se in un ristorante gli fanno il conto su un foglietto ringraziano, sorridono, poi vanno via convinti di aver pagato di meno, oh ieh. Quelli che "come dice Bossi", oh, ieh, "non mi rompete i coglioni", oh ieh. Quelli che vorrebbero vendere tutto lo stato ai privati, quelli che vorrebbero vendere solo le spiaggie, quelli che sono in spiaggia, oh ieh. Quelli che vorrebbero far pagare qualcosa anche al Vaticano, oh ieh, quelli che il Vaticano non si tocca, oh ieh. Quelli che vorrebbero abolire i comuni di 23 abitanti però se loro sono tra i 23 protestano perchè non si può abolire la democrazia. Quelli che... 1000 parlamentari sono troppi, che ne vorrebbero solo la metà, oh ieh. E quelli che vorrebbero continuare a fare i parlamentari e se ne resta solo la metà non sanno come fare, oh ieh. Quelli che quando Bossi cade in casa perdono ogni equlibrio, quelli che sono sempre stati senza equilibrio e se scioperano i calciatori e non vedono l'Inter o il Milan vanno a casa e picchiano i figli, oh ieh. Quelli che credono che Berlusconi sia Gesù Bambino da vecchio, oh ieh. Quelli che pensano che Di Pietro sia San Pietro e quelli che credono ai santi perchè Di Pietro è diventato un politico, quelli che quando parla Bersani pensano a Crozza, quelli che quando parla Tremonti pensano a Guzzanti, quelli che quando parla Di Pietro pensano al maestro Manzi, oh ieh. E quelli come noi, che non contano più un cazzo, e che pensano che da vent'anni in Italia non se n'è indovinata neanche una.... "

martedì 19 luglio 2011

10 PROPOSTE

Riccardo Nencini ha inviato una lettera aperta ai segretari dei partiti di opposizione



“Il preoccupante perdurare della crisi economica che colpisce l'Italia e il varo della manovra licenziata dal Parlamento la scorsa settimana, esigono che i partiti dell'opposizione si assegnino il compito della direzione istituzionale del Paese affrontando insieme, rapidamente e senza differimenti negli anni futuri, l'annoso tema dei costi della politica, indicando unitariamente soluzioni eque, chiare e strutturali”. Così Riccardo Nencini, segretario nazionale del PSI, in una lettera aperta inviata ai segretari dei partiti all’opposizione in Parlamento, Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini, Antonio Di Pietro, Nichi Vendola, Mario Staderini.

“Sottopongo alla vostra attenzione alcune misure che mi auguro possano trovare la vostra condivisione”- si legge nella nota di Nencini. “Conferimento dei rimborsi elettorali unicamente ai partiti, in regola con l'art. 49 della Costituzione, relativamente all'attuazione dei principi di democrazia interna; taglio delle indennità dei consiglieri regionali al livello più basso (come in Umbria e in Toscana); soppressione dei benefits non riconducibili alla mera attività istituzionale;
abbassamento delle indennità dei parlamentari mediante l'adeguamento alla media dei paesi europei; soppressione del Senato della Repubblica e costituzione del Senato delle Autonomie e delle Regioni con 100 componenti eletti e conseguente riduzione del numero dei Deputati; accorpamento dei comuni con meno di 3000 abitanti con l'attivazione delle unioni comunali e superamento delle Comunità Montane e delle Province con un disegno di riordino istituzionale del Paese; introduzione della norma che preveda l'elettorato attivo a 16 anni e quello passivo a 21; divieto dei doppi incarichi politico istituzionali; istituzione di norme di valutazione di merito e competenza per le nomine negli enti pubblici; adozione di leggi per rendere palesi le lobby e la loro attività”.
“E' necessario che queste proposte –prosegue Nencini - siano da voi recepite e fatte proprie dai gruppi dell'opposizione parlamentare e da tutti i gruppi nei consigli regionali”
“Desidero infine informarvi – si legge in conclusione nella lettera del Segretario - che domenica prossima, 24 luglio, in tutti i capoluoghi di regione, il Psi ha indetto una mobilitazione straordinaria per campagna di raccolta firme per le 4 petizioni popolari per cambiare l'Italia, una delle quali è legata al tema della trasparenza della politica”.

Il Testo integrale della lettera
http://www.partitosocialista.it/Portals/PartitoSocialista/Documents/LetteraCostiPolitica.pdf


La tabella allegata
http://www.partitosocialista.it/Portals/PartitoSocialista/Documents/tabellasinottica_emolumenti_2011.pdf

martedì 28 giugno 2011

GUIDO CROSETTO PSICHIATRA PERFETTO

Ma che ti tirino le cuoia. Così, perchè tirare a campare e per di più litigando su tutto, fanno del male all’Italia. L’ultima è di Crosetto, un nerboruto peso massimo (forse ex giocatore di basket), coordinatore di Forza Italia del Piemonte e oggi sottosegretario alla Difesa. Ha commentato con misura la manovra di Tremonti: “E’ roba da psichiatria”. E ha aggiunto che l’obiettivo di Tremonti è di far saltare il tavolo e il governo. Conosco Crosetto e non mi sembra che una dichiarazione di guerra di tal genere possa essere frutto solo del suo cervello. Naturalmente la tesi è stata subito condivisa dai giornali di Berlusconi. D’altronde c’è ormai una certa omogeneità di linguaggio. Prima Bossi aveva detto, a proposito degli extracomunitari che sbarcavano a Lampedusa: “Fora di ball”. E poi, ancora a proposito del decreto su Napoli e la munnezza: “Sono ca… loro”. E se Maroni preferiva un altro capogruppo e non Reguzzoni, Bossi non poteva che commentare : “Chi se ne frega di Maroni, nella Lega decide la base (cioè io)”. Che dibattito. Ma se stessero tutti zitti e lasciassero parlare Di Pietro che a parlar male del centro sinistra, di Vendola e di Bersani, è diventato specialista… Il Di Pietro uscito dall’ultimo campo di rieducazione è davvero impareggiabile.

MAURO DEL BUE

domenica 26 giugno 2011

NEC TECUM NEC SINE VIVERE POSSUM

Era evidente una cosa. La fine di Berlusconi si sarebbe portata con sè anchE la fine di Di Pietro. I due sono stati legati indissolubilmente l'uno all'altro. Di Pietro è il genitore di Berlusconi. Senza la sua Mani pulite ci sarebbero stati ancora Craxi e Andreotti, magari con Martinazzoli, Tabacci, e La Malfa figlio. Ma certamente Berlusconi non sarebbe sceso in politica. Quel che Di Pietro ha distrutto Berlusconi ha tentato di ricostruire. In questi anni Di Pietro ha svolto il ruolo del Torquemada antiberlusconiano per eccellenza. Ma come, io distriggo e tu ricostruisci? E' tutto qui il conflittto. Così un uomo tradizionalmente di destra (della Dc andreottiana, lo ha ricordato anche recentemete l'uomo di Tangentopoli) ha ricoperto una funzione innaturalemente estremista che si è poi dilatata in molti campi, dalla Fiat, alla Libia, al nucleare, all'acqua pubblica. Ma adesso, si dev'essere chiesto opportunamente Di Pietro, adesso che Berlusconi appare sul viale del tramonto, io come faccio a sopravvivere? Catullianamente dev'essersi interrogato: "Nec tecum nec sine te vivere possum?". E ha cambiato linea. Battuto Berlusconi dove andiamo a finire con Vendola e Bindi? C'è bisogno di un forte centro nel centro-sinistra (oltre tutto senza Casini il centro non ci sarebbe neanche più) e voilà, eccco il nuvo Tonino che sembra uno di quelli appena usciti da un campo di rieducazione cambogiano. Dice esattamente il contrario di quel che aveva sostenuto prima. E ci sarebbe anche da dargli ragione, perchè le cose che dice oggi sono tutte giuste. Ma se poi rientra nel campo di rieducazione ed esce quello di prima?

MAURO DEL BUE

giovedì 23 giugno 2011

IL TAVOLO DELLE OPPOSIZIONI

Tra una riedizione dell’Unione e ‘ognuno per sé’, c’è una bella differenza e Di Pietro non ha torto quando solleva il problema.

E' da vedere se il leader dell’IdV ha davvero rinunciato all’ossessione antiberlusconiana e smesso i panni del giustizialista oppure è solo alla ricerca di un po’ di visibilità nella gara con Vendola, ma intanto pensiamo anche a organizzarci per non farci prendere di sorpresa da un possibile collasso improvviso di questa maggioranza.
Il segretario del maggior partito dell’opposizione potrebbe convocare un tavolo di confronto delle opposizioni, come chiediamo da tempo, e cominciare a verificare la possibilità di dare vita a un’alleanza dei riformisti alternativa a questo governo.

RICCARDO NENCINI

venerdì 8 aprile 2011

DUE FACCE

Scrive oggi sul suo blog il deputato Pierfelice Zazzera dell'Idv :"Ovviamente è chiaro che non c’era nessuna volontà di accusare personalmente Maroni di responsabilità che peraltro non ha, ma è stata la reazione a quanto sta accadendo in queste ore ai migranti, cittadini stranieri che fuggono alla povertà e alla guerra"(!!!).Questo signore (Zazzera), per chi ancora non lo sapesse, ieri ha inalberato nell'emiciclo della Camera un cartello con la scritta "Maroni assassino". Il giorno prima l'ormai mitico deputato Domenico Scilipoti è stato colto con le mani nella marmellata per l'evidente "copia-incolla" del manifesto fascista del 1925 che è divenuto l'incipit del manifesto dei "Responsabili" (pensa te!).
Questi due personaggi hanno in comune, la scarsa conoscenza della lingua italiana, della storia, dell'educazione civica, delle regole parlamentari e soprattutto il fatto di essere entrambi prodotti del vivaio dell'Idv di Antonio Di Pietro che, com'è noto, in quanto a traballante cultura, sintassi approssimativa e poco rispetto delle istituzioni non è che scherzi.
Entrambi infatti nel 2008 furono  nominati deputati dell'Idv dal vulcanico ex PM che, mentre si accordava con Veltroni per apparentarsi con il Pd mediante un patto leonino che escludesse soprattutto i socialisti, reclutò per il suo partito in franchising personaggi che stanno alla politica come i cavoli a merenda.
Il medesimo meccanismo usato (con criteri diversi, certo) da Berlusconi e dallo stesso Veltroni (remember Calearo?) per comporre i rispettivi gruppi parlamentari.
Sappiamo com'è finita.
All'indomani dell'annunciata sconfitta elettorale del centrosinistra veltroniano, l'ineffabile Di Pietro stracciò il patto leonino (patto cretino, visto da un'altra prospettiva), e formò il suo gruppo parlamentare dal quale sono emersi in tutto il loro squallore i seguaci che si scelse.
Alcuni, come Scilipoti, al momento giusto si sono collocati nella palude dei Responsabili, altri come Zazzera (per non scordarsi di Francesco Barbato, il teorico di "con me la piazza nel palazzo") nell'intento di superare Tonino nelle frequenti e sgrammaticate intemperanze verbali all'interno dell'Aula, altro non sanno fare che trasformare Montecitorio in uno sguaiato serraglio con comportamenti che fanno rabbrividire.
E' da oltre tre lustri che tra cappi, vaffa, mortadelle e altro nelle aule di Camera e Senato continuano a emergere fulgide figure di parlamentari per nulla consapevoli del proprio ruolo, semianalfabeti, desiderosi soltanto di ritagliarsi un quarto d'ora di celebrità televisiva da conquistare a qualunque costo e con modalità, al minimo, discutibili.
Questi, peraltro, sono solo alcuni dei tanti frutti amari prodotti dalla cosiddetta Seconda Repubblica di cui Di Pietro e Berlusconi e le loro sgangherate corti rappresentano le due facce della stessa medaglia.
EP

mercoledì 23 febbraio 2011

LA SINISTRA ETA' DELL'ORO

Inizio da Fausto Bertinotti, che da tempo non percepivamo così attento ai destini della sinistra italiana. La sua convinzione nella necessità di un big bang, una deflagrazione come unica via per far nascere nuove idee e nuove coalizioni ci trova in parte concordi ed è la riprova che le alchimie antiberlusconiane tout court provocano più disastri che benefici.

Non possiamo dire che Silvio Berlusconi si sia rafforzato negli ultimi mesi (scende in Italia, sale nel mercato parlamentare), anzi ha dimostrato ampiamente di avere esaurito l’energia che lo ha reso protagonista (quasi) assoluto dell’ultimo quindicennio di storia italiana; ma, paradossalmente, nel momento di maggiore difficoltà emerge con altrettanta chiarezza che un’alternativa oggi, se c’è, è molto debole. Sto parlando di un’alternativa credibile e vincente, di un progetto per il futuro in cui gli italiani possano riconoscersi.
Dunque non è cosa fuori dal mondo che solo uno scossone, un terremoto che scomponga e ricomponga il quadro dell’attuale opposizione possa dare nuovo slancio a una coalizione che cerca un centro di gravità permanente.
I punti di contatto con Bertinotti, però, finiscono qui, perché l’ex leader comunista continua nell’errore che, dal ‘94 ad oggi, ha impedito al centrosinistra di accreditarsi davanti agli elettori come una credibile forza di governo. La malattia della sinistra è l’‘oltrismo’, il voler andare oltre senza mai fare i conti con la propria identità e la propria storia. Ciò ha impedito che si verificasse qualcosa di analogo a una Epinay, ovvero un momento di ricomposizione sotto un unico tetto dei riformisti.
Bertinotti, e tanti con lui, non parla mai di socialismo italiano; va oltre; parla confusamente e indistintamente di socialismo europeo, ma sposta la frontiera in una terra di nessuno. Lo schema di un partito di ispirazione social-liberale alleato con il cattolicesimo democratico è il nucleo di un progetto riformista di governo che i socialisti italiani già intravidero negli anni ‘80. Da lì in poi, con Tangentopoli e la fine del PSI, è iniziata una traversata nel deserto infinita, l’albero di Bertoldo.
Dobbiamo partire da un’idea di centrosinistra in grado di cambiare l’Italia e da valori che possano scaldare i cuori della gente, non da un’irritante guerra per la leadership di una nave senza timone e senza rotta. Il rischio, sempre più evidente, è che lo strumento delle primarie diventi un cappio al collo che pian piano si stringe.
Con l’unica eccezione degli Stati Uniti d’America, nelle grandi democrazie il leader che aspira al governo è colui che guida il partito più grande. Così è per un semplice assioma: sono i partiti a selezionare la classe dirigente, a formarla e a scegliere i migliori per la leadership. L’anomalia italiana si rinnova e ritarda il processo di modernizzazione di una sinistra che si domanda se deve allearsi con l’ex missino Gianfranco Fini o con il giacobino Antonio Di Pietro. Domande che farebbero rabbrividire qualsiasi progressista francese, inglese o tedesco da noi diventano temi in cima all’agenda.
Le domande a cui dobbiamo rispondere, invece, sono quelle dei precari senza possibilità di pianificare la propria vita oltre l’arco temporale di un anno, dei lavoratori costretti a misurarsi con più doveri e meno diritti, degli studenti che scendono in piazza con il pretesto di una riforma sbagliata, ma soprattutto contro partiti e istituzioni incapaci di ascoltare le loro ragioni.
In attesa dell’età dell’oro, c’è il rischio di perdere la fiducia dell’Italia migliore

RICCARDO NENCINI
(Editoriale sull' Avanti! della domenica n.7 del 27 febbraio 2011)

sabato 5 febbraio 2011

IL GIUSTIZIALISMO CONTINUA A FAR PAURA

Non so se e per quanto tempo i sondaggi indicheranno che gli scandali non disgregano affatto la base elettorale del centro destra. Certo è che tra le molte (e credibili) spiegazioni del fenomeno, i commentatori ne hanno sottovalutate due. La prima è quasi ovvia. Moltissimi italiani non leggono i giornali e guardano distrattamente una televisione che certo non è interessata a dare spazio agli scandali. Quindi, semplicemente, sono per il momento poco informati. La seconda spiegazione, più duratura e più politicamente importante, è la repulsione verso il giustizialismo.

Senza approfondire il fatto che l’oggetto delle indagini è ben diverso, molti elettori vedono nell’azione della magistratura milanese il replay del 1992-94. Anche se, come diceva Lenin, quando la storia si ripete, la tragedia si trasforma in farsa. Come allora, vedono il protagonismo di una magistratura politicizzata (sempre la stessa e sempre con Di Pietro come paladino); assistono al circo “mediatico giudiziario” (il giornalista più visibile è ancora Santoro), all’uso “border line” con la legalità degli strumenti di indagine, a un enorme dispiegamento di mezzi finalizzato a raggiungere l’obbiettivo prefissato. Anche i vescovi se ne sono accorti. Lo avessero fatto nel 1993! Parlano adesso, ma tacevano quando la farsa di oggi era, appunto, tragedia e gli innocenti si suicidavano in carcere, dove venivano rinchiusi allo scopo di estorcere la confessione.
Nell’immaginario collettivo, c’è la percezione (che la destra lavora a rafforzare) di uno scontro esclusivamente a due, dove da una parte sta Berlusconi, dall’altra non un centro sinistra confuso, bensì la procura di Milano, che come nel 1992-93, assume il ruolo politico e mediatico di guida.
Tutto questo non piace a quegli elettori che per reazione a Mani Pulite già una volta hanno fatto vincere Berlusconi. Non piace ai molti che da una parte vedono un presidente del Consiglio screditato e penoso; dall’altra, una magistratura che fa loro non pena ma paura. E che per questo continuano a preferire Berlusconi come il male minore. L’handicap per il centro sinistra è aggravato dal fatto che i “neo giustizialisti”, mentre ritrovano nella Procura di Milano la loro guida, non cessano di offendere gli ex elettori socialisti e democristiani (in “non faciendo” e “in faciendo”): non recuperando la cultura socialista e democristiana in nome dell’inconcludente “nuovismo” del PD; riproponendo, come nella emblematica manifestazione di Lissone, gli insulti e le sceneggiate di vent’anni fa contro i leader simbolo, come Craxi, di questa cultura.
In tal modo, si assiste a una polarizzazione devastante, dove i due poli estremi si sostengono a vicenda. Da una parte, il fronte degli “impuniti” legittima, con la sua impermeabilità al senso del limite e del decoro, il fronte della procura di Milano. Dall’altra, questo fronte (più perché evoca il dipietrismo che per i comportamenti attuali) spaventa una parte degli elettori i quali vengono così spinti a difendere in pratica l’impunità stessa. Le posizioni intermedie sono sovrastate dallo schiamazzo assordante delle due fazioni in rissa, ma non per questo scompaiono. Anzi, silenziosamente aumentano i cittadini che le condividono, sino a poter diventare una maggioranza per il momento silenziosa, appunto, ma non per sempre:silenziosa soltanto sino a quando qualcuno non la guiderà e non le darà voce. Sempre di più,gli italiani, disgustati, non vogliono ascoltare le bocche spalancate nell’invettiva: né quelle dell’una, né quelle dell’altra fazione. Sempre di più hanno un sogno: veder sparire finalmente il giustizialismo e il populismo di destra (da vent’anni figli l’uno dell’altro), veder tornare la politica e i partiti di stile europeo al posto delle urla, della personalizzazione e dei demagoghi di stile sudamericano. Tra i leader politici, forse Casini è quello che più percepisce questo stato d’animo e si appresta a intercettarlo.
In una minoranza consapevole e sofisticata, si affaccia infine ormai anche un’altra considerazione. Tale è il disastro provocato da quasi vent’anni di anti politica che, senza una adeguata preparazione, la scomparsa di Berlusconi rischia di aggravare, non di risolvere la crisi italiana. Lo spiegava una fonte non sospetta di Berlusconismo: Ilvio Diamanti su La Repubblica. A Nord,dilagherà la Lega. Il PD rischierà di trasformarsi, a mio parere, in una “Lega del centro”, guidata da amministratori (vedi Renzi) che ripetono in sostanza la retorica populista, anti politica e localista inventata in Padania. Il Sud (hic sunt leones) sarà terra di conquista per le bande clientelari. Non più frenate neppure da una sembianza di partiti organizzati, magari alimentate da una “retorica sudista” contrapposta a quella leghista.
Il centro sinistra ha flirtato con la Lega e con un “federalismo” di cui tutti si riempiono la bocca senza sapere in realtà quali effetti pratici possa avere. Se si continua così, il risultato finale è facilmente prevedibile. Più o meno lenta disgregazione dello Stato.”
Amministratori di condominio” e “amministratori termiti” a livello locale, che accompagneranno pochezza a presunzione, provincialismo a demagogia, potere illimitato a limitatezza di orizzonti, che moltiplicheranno il debito pubblico complessivo e aumenteranno le imposte o apertamente o surrettiziamente (gonfiando le tariffe dei servizi). Governi centrali senza più né i mezzi, né la “vision” per grandi progetti e investimenti infrastrutturali che arrestino il declino del Paese.
UGO INTINI

sabato 22 gennaio 2011

LISSONE

L’indegna gazzarra di Lissone contro la piazza intitolata a Bettino Craxi è stata organizzata dai ‘giannizzeri’ di Di Pietro e dal consigliere del Pd Civati, il cosiddetto "rinnovatore”.

Essi avranno la risposta che meritano, perché non sono capaci di discutere di politica e di Storia, ma solamente di muovere primordiali risentimenti. La sinistra, piaccia o no, è stata guidata dal socialismo democratico sia in Italia, sia in Europa: altre esperienze sono finite o fallite e questi epigoni verranno schiacciati anche in Italia.

BOBO CRAXI

giovedì 23 dicembre 2010

DIPIETRISMO E VELTRONISMO

L’ antipolitica e la retorica “anti partitocratica” cavalcata da una parte della sinistra le hanno fatto danni politici ed elettorali catastrofici per anni. Il 14 dicembre, le hanno fatto danni anche pratici e immediati, decidendo la vittoria numerica di Berlusconi.

Da sempre osserviamo (ripetendo per la verità l’ABC) che antipolitica”, anti partitocrazia”, qualunquismo e personalizzazione della politica sono in tutto il mondo lo strumento della destra, mentre al contrario la politica con la P maiuscola e i partiti organizzati democraticamente sono lo strumento della sinistra. Soltanto una sinistra italiana anomala e “impazzita” poteva inseguire dipietrismo e veltronismo. Anche perché il dipietrismo è una assicurazione sulla vita per Berlusconi, l’altra faccia della stessa medaglia, l’avversario perfetto da scegliersi per aumentare i voti. Di Pietro, padre padrone come Berlusconi di un partito non democratico e demagogo come Berlusconi. A lui speculare, è sempre stato un formidabile repellente di voti ai danni della sinistra. Un repellente per gli ex socialisti ed ex democristiani che non gli perdonano di avere distrutto i loro partiti. Un repellente per chi crede nello Stato di diritto,ricorda e teme gli eccessi del giustizialismo. Un repellente perché formidabile “testimonial” di Berlusconi quando questi inveisce contro la “magistratura politicizzata alleata della sinistra”. Qualcuno contesta lo slogan? Compare l’ex magistrato Di Pietro diventato leader politico e alleato del PD e compare il perfetto simbolo vivente (e strepitante) della “magistratura politicizzata alleata della sinistra”. E a ulteriore rafforzamento del suo essere testimonial berlusconiano, si tira dietro continuamente altri simboli, persino più spregiudicati, come De Magistris.
Mentre questi danni di fondo si trascinano da anni, ecco che il 14 si è aggiunto in modo emblematico il danno immediato, la sconfitta concreta e cocente. E’ un caso che due deputati dipietristi e il PD Calearo abbiano fatto la differenza nel voto decisivo? Per di Pietro, perdere parlamentari lungo la strada non è l’eccezione, ma la norma. Dopo le elezioni del 2001, il suo unico senatore, Carraro, è andato in Forza Italia, ed è ancora parlamentare del PdL. Dopo il 2006, il pluri inquisito senatore Di Gregorio, passando al nemico, ha segnato l’inizio del declino per il governo Prodi.
Adesso i transfughi sono diventati addirittura due. Perché? Perché l’Italia dei Valori è l’essenza della antipolitica e della sua personalizzazione. Non è un partito e non è democratica, non ha storia, né cultura, né programmi. Il dipietrismo è un marchio in franchising, un brand a disposizione sul mercato elettorale. Qualunque imbroglione e mestatore locale lo può adottare e aprire una bottega politica, sperando di fare fortuna.
Non c’è bisogno di ragionare e approfondire, per diventare un dipietrino locale. Basta gridare più forte degli altri un concetto semplice: “vogliamo che i politici ladri vadano in galera”. Una propaganda popolare e monotematica. Come quella di Bossi d’altronde: “non vogliamo gli immigrati delinquenti e non vogliamo pagare le tasse per mantenere quegli straccioni di meridionali”. Naturalmente, se al dipietrino viene offerto in franchising un marchio più vantaggioso, cambia l’insegna della bottega e passa alla concorrenza, come è avvenuto il 14 dicembre (e precedentemente con i senatori Carraro e Di Gregorio).
L’antipolitica, scriteriatamente cavalcata dalla sinistra, si è ritorta contro gli apprendisti stregoni anche nel caso Calearo.
Che non è un semplice deputato, è il capolista del PD alla Camera, imposto da Veltroni, in una regione chiave come il Veneto. Un simbolo clamoroso, dunque, del fallimento del veltronismo. Ci si doveva accodare nella regione più leghista alla retorica della “Italia che produce”? Si doveva dimostrare che si è vicini alle imprese private nascondendo la lunga coda di paglia di ex comunisti? Semplice. Si è preso non un industriale vero, ma il figlio di un industriale e in 24 ore lo si è trasformato in leader politico.
Come d’altronde si è fatto a suo tempo per il candidato a sindaco di Milano Fumagalli che, regolarmente sconfitto, non si è neppure degnato di guidare come consigliere comunale l’opposizione: si è dimesso dopo pochi mesi. Si dava uno schiaffo in questo modo ai militanti e ai quadri dirigenti di partito, scavalcati dopo anni di sacrifici? Si ridicolizzavano le chiacchere spese per la “meritocrazia” e i giovani, dimostrando che si viene scelti come leader di un partito della sinistra esattamente come si fa carriera nell’Italia del declino, ovvero perché si è figli di qualcuno? Non importa. Alla vigilia delle elezioni politiche del 2008 il “nuovismo” di Veltroni non si fermava certo di fronte a queste piccolezze. Come avrebbe potuto? In nome del nuovismo e della demagogia, Veltroni aveva nel contempo contribuito a cancellare dal Parlamento (cosa riuscita al solo fascismo) i socialisti, e aveva invece salvato i dipietristi, che senza l’alleanza elettorale col Pd, non avrebbero probabilmente raggiunto la soglia del 4 per cento e sarebbero spariti: sarebbero spariti loro, il loro brand in franchising, il loro ricatto continuo al PD e i loro deputati in vendita.
Adesso, il 14 dicembre, i due deputati dipietristi e Calearo hanno deciso la partita.
E’ finita 314 a 311 per Berlusconi. Se i tre non avessero tradito, sarebbe finita sempre 314 a 311, ma contro Berlusconi. I numeri, come i fatti, hanno la testa dura.
Fanno toccare con mano a tutti i risultati devastanti per la sinistra della anti politica, accompagnata dai suoi naturali corollari di “nuovismo” e demagogia.
UGO INTINI

sabato 11 dicembre 2010

I TRASFORMISTI 9

Non poteva che finire così.

Con un esposto di Antonio Di Pietro alla Magistratura.
E' l'unica corda che l'exmagistrato ruspante ha ampiamente dimostrato di essere in grado di suonare.
Mica si preoccupa di chiedere scusa a quegli italiani boccaloni che hanno votato il suo partito franchising, composto in gran parte da mezze tacche, personaggi che ha raccattatto in questi anni sui territori con il metodo della pesca a strascico.
Persino il sinistro De Magistris, suo epigono e sodale, quello che si inventò l'inchiesta Why Not, rivelatasi poi una bufala clamorosa, che causò la fine del governo Prodi e la gogna mediatica per decine di persone, ha scoperto che l'Idv così non può andare avanti.
Diciamola tutta: il guano in cui sono immerse le istituzioni è il risultato di anni nei quali i protagonisti della politica hanno avuto le facce di Berlusconi e Di Pietro, con le relative corti (che osano chiamare partiti, ma per favore!), che sono i primi (anche se non gli unici) responsabili dell'indecente e progressivo scadimento della politica nazionale dinanzi a cui sono posti gli attoniti cittadini.
Uno perchè ha una concezione autoritaria e aziendale delle istituzioni e considera il parlamento un luogo dove collocare yes men e bad girls che devono solo garantire la presenza fisica nelle aule parlamentari e premere bottoni per consentirgli di farsi gli affari suoi, l'altro perchè specularmente ha creato un mostro similpartito in cui collocare cacicchi ex-post, un pò di amici e magistrati sputtanati (come De Magistris, spedito a Bruxelles a far danni), che gli consentono di spargere, berciando con sintassi approssimativa nei salotti televisivi dei genuflessi anchormen, il seme del giustizialismo autoritario.
I risultati di questo impasto mefitico sono i De Gregorio e i Razzi e tutti gli iscritti, vecchi e nuovi, alla palude trasformista, gente che ha in testa il pensiero unico del galleggiamento e della transumanza al solo scopo di non perdere benefici e sinecure derivanti dallo status di parlamentare.
Tutti si domandano ansiosamente come finirà martedi'.
Finirà male in ogni caso. Perchè dovremo tenerci non solo una pletora di gente priva di un minimo di senso delle istituzioni e della decenza ma soprattutto perchè l'agenda della politica (se di politica è giusto parlare, cosa di cui dubito) continuerà ad essere dettata dai Berlusconi e dai Di Pietro.
Con una conseguenza, peraltro non nuova: l'ennesima abdicazione della politica a favore del potere giudiziario, improriamente e nuovamente chiamato ad assolvere un ruolo di supplenza che non gli compete.

THE CHAMALEON


venerdì 10 dicembre 2010

GUARDATELI BENE IN FACCIA

Cesare Lombroso
Perchè stupirsi? L’Idv, che ho conosciuto bene nel biennio 2006-2008, ha messo insieme un gruppo parlamentare di ex democristiani-popolari, ex comunisti-diessini, ex missini-finiani, ex liberali, ex leghisti, eliminati dai rispettivi partiti, scarti vari d’ogni specie politica. Bassissima qualità, età piuttosto elevata, sono quasi tutti provenienti dalla cosiddetta prima repubblica, che pure il loro leader ha inteso processare. Perchè stupirsi se poi saltano fuori un certo Scilipoti e anche un certo Razzi, che passano dall’antiberlusconismo più sfrenato al berlusconismo consenziente? Di Pietro, anzichè rivolgersi alla magistratura, faccia ampia autocritica. Ha già partorito De Gregorio, nella passata legislatura. Adesso siamo ai Razzi. Il socialista Lombroso direbbe: guardateli bene in faccia. Non si può sbagliare.
                                                          MAURO DEL BUE