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giovedì 20 ottobre 2011

TRAGEDIA A TRIPOLI. COMMEDIA A ROMA


Come Ceausescu, e come Mussolini, la fucilazione di Gheddafi era inevitabile, un rischio del mestiere. Diciamo questo non per fatuo cinismo o culto del taglione: semplicemente, perchè la sopravvivenza in vita del dittatore è impraticabile e insopportabile. In qualche modo, lo è anche per i suoi seguaci, che possono vivere ancora nel culto del Capo morto, meglio che nell’assistere impotenti alla sua umiliazione; morendo, egli svolge per l’ultima volta la sua funzione: quella di incarnare il regime. Per gli oppositori, ora vincitori, l’abbattimento del regime è certificato in primo luogo proprio dalla sua morte fisica, la catarsi del tirannicidio; mentre vivo, sia pur sotto processo, sia pure incarcerato, egli è un anacronismo, un passato che non passa, una minaccia. Minacciosa sarebbe pure la pietà, che prima o poi insorgerebbe per l’uomo invecchiato e indebolito, relativizzato nelle sue colpe dalla miseria della sua condizione. Particolarmente, com’è ovvio, quando il nuovo regime è debole, e non può permettersi nè nostalgie né chiamate di correo.
Gheddafi è stato uno dei peggiori, tra i dittatori del Ventesimo secolo, anche se, come i Mussolini, come i Ceausescu, ebbe all’inizio del suo potere più di qualche simpatia all’estero. Negli anni 70, la sua affabulazione di democrazia totale ingannò qualcuno, intento alla coltivazione di un terzomondismo fasullo. Negli anni 80 e 90, nel crescente manifestarsi di una patologia individuale e di una malattia collettiva, quella di una Libia ormai isolata dal mondo, sempre più arretrata e abbandonata a sé stessa, pure Gheddafi a intermittenza giocava la sua partita sulla scena internazionale, e quindi trovava o ritrovava interlocutori e alleati. In particolare, dopo l’11 settembre 2001 la sua avversione per l’islamismo fondamentalista apparve consentirgli un riciclo, e nuove benemerenze, lui che aveva giocato eccome con stragi e trame. L’ultima bufala dei dittatori arabi “laici” è stata quella di accreditarsi come utili argini contro l’orda islamica che popolava e popola le notti di chi non sa niente della realtà del mondo arabo, ma magari ha responsabilità di rilievo su questa sponda del Mediterraneo. Finzioni, chiacchiere, come quelle terzomondista di trent’anni prima. Affabulazioni, appunto, buone per coprire la vera partita: soldi, armi, petrolio.
E’ qui che il Colonnello ha trovato le vere risorse del suo potere, e poi la sua fossa: quando una rivolta che avrebbe potuto schiacciare facilmente, è diventata l’occasione per regolare tanti conti, vecchi e nuovi. Del resto, tocca dire che, per quanto insinceri o venali siano stati i promotori della coalizione internazionale, hanno avuto dalla loro argomenti pressoché inoppugnabili: ormai, per come si erano messe le cose, consentire il bagno di sangue sarebbe stato impossibile (dice: e perchè è consentito ad Assad, in Siria ? Bella domanda, ottima). Dalla parte perdente, Berlusconi: che si era coltivato il Colonnello con gusto tutto suo di piazzista, con quel cinismo, questo sì davvero fatuo, degli italiani che sanno loro come si fa con ‘sti beduini. Va poi sempre a finire così: sulla testa sorpresa dell’Alberto Sordi di turno arriva la legnata della tragica serietà della Storia, un 8 settembre con i tedeschi e gli americani che quella serietà l’hanno compresa, e tutto prende un’altra misura. Nel vuoto pneumatico della politica estera italiana, che non fa e non dice praticamente niente di utile, che non svolge alcun ruolo nel Mediterraneo, questo vizio nazionale di fatuità e furbizia è emerso senza attenuanti: quando le cose si sono fatte serie, Sordi-Berlusconi si è trovato stupito, un ceffone sulla faccia, a spiegare con lui non c’entrava. Tragedia a Tripoli, commedia a Roma. 
LUCA CEFISI

venerdì 14 ottobre 2011

C'E' UN GIUDICE A BRASILIA

Si chiama Helio Heringer, il Procuratore federale di Brasilia, che ha il merito di avere riaperto un caso che, grazie all'ignavia, la malafede e la ragion di stato, sembrava essere definitivamente chiuso.Cesare Battisti, il terrorista italiano pluricondannato all'ergastolo in Italia per i quattro efferati omicidi da lui commessi in gioventù, quando era militante dei Pac, grazie all'ordinanza di Heringer che ha invalidato il visto di soggiorno permanente in Brasile generosamente concessogli dopo la decisione assunta nell'ultimo giorno di mandato presidenziale da Lula di non estradarlo in Italia per scontare la sua pena (successivamente confermata dal Supremo tribunale dello stato sudamericano), non potrà più godersela come aveva iniziato a fare sulle spiagge dorate di Ipanema o Copacabana, rilasciando provocatorie e beffarde interviste ma, quantomeno, dovrà ricominciare a preoccuparsi, perché l'ordinanza prevede che venga espulso in Messico o in Francia, paesi nei quali aveva soggiornato e vissuto, godendo di protezioni e sostegno finanziario, fino a che fiutò il pericolo di essere estradato e fuggì in Brasile.Sicuramente la sentenza sarà impugnata dagli avvocati brasiliani di Battisti, lautamente finanziati dalla lobby gauchista francese guidata da Henry Bernard Levy e dalla scrittrice Fred Vargas, e il rischio è quello di andare alle calende greche, tuttavia la decisione del magistrato apre uno spiraglio di speranza per quanti, a cominciare dai parenti delle vittime, non chiedono vendetta ma soltanto giustizia. Già, perché il giudice Heringer, ha argomentato la sua decisione smontando clamorosamente la tesi secondo la quale Battisti sarebbe un perseguitato politico, sottolineando come egli debba scontare una pena per gravi reati comuni.Secondo Heringer infatti, la decisione di Lula di non estradare Battisti è politica e come tale va valutata ma non può mutare le caratteristiche dei reati per i quali il fuggiasco è stato condannato in Italia con sentenze passate in giudicato.In sostanza Battisti, in forza della iniqua decisione di Lula non è estradabile in Italia ma, secondo Heringer, non può rimanere il Brasile, paese dal quale deve essere espulso.
Battisti dunque, anche se ricorrerà contro l'ordinanza, torna ad indossare i panni che gli competono: quelli di un assassino in fuga e il,  fino ad oggi,  troppo ospitale Brasile comincia a non essere più un posto così sicuro.
C'è un giudice a Brasilia.
EP

martedì 11 ottobre 2011

UN BEL GUAIO

Walter Veltroni ha scelto il giorno ideale per riguadagnare il proscenio mediatico per rilanciare le sue vulcaniche trovate strategiche.Il giorno in cui la sua sodale francese Segolene Royal, duramente punita dall'elettorato socialista alle primarie, si scioglieva in un pianto dirotto di fonte all'occhio delle telecamere, probabilmente ancora incredula del suo risultato, il nostro, a Roma, alla riunione della sua "non-corrente" (vien da domandarsi se esiste un maldestro aspirante spin doctor che ha suggerito a Walter una simile, ennesima idiozia o se non sia più probabilmente farina del suo sacco), rilanciava la sua onirica visone della politica con le solite affermazioni già sentite a proposito di partito leggero, vocazione maggioritaria ecc, tutta roba utile a destabilizzare il Pd a far tirare il fiato al PdL, insomma a complicare la vita, già non facile, della coalizione di centrosinistra che di tutto avrebbe bisogno meno che di rilanci di questa natura. Una coalizione che, (finalmente qualcuno dovrebbe cominciare a dirlo, senza lasciare lo spartito a quella cima del pensiero occidentale che è Matteo Renzi, altro mirabile esempio di propalatore di fumosi proponimenti che è il primo a smentire con i fatti, visto che interpreta la carica di sindaco a guisa di piccolo despota), da anni è condizionata da personalità che, visti i risultati ottenuti, farebbero bene a coltivare unicamente i loro hobby o a scrivere libri di memorie.Walter Veltroni è il principale responsabile politico del disastro elettorale del centrosinistra nel 2008, poiché fu lui a provocare la crisi del governo Prodi che portò l'Italia alle elezioni anticipate, lui, postcomunista, che inventò il Pd, partito leggero, all'americana (una sua fissazione), a vocazione maggioritaria, lui che, ispirato da disordinate letture di apprendisti stregoni della sinistra alla Anthony Giddens, così come faceva in Francia Madame Royal, predicava una supposta terza via che superasse la socialdemocrazia, con il bel risultato che allora fu battuto, e che oggi il Pd, vero ircocervo della sinistra, appare un partito aidentitario, senza un vero collante politico e valoriale, tenuto insieme da un crogiuolo di personalismi, interessi e strategie antitetiche che, quotidianamente gli assestano colpi che, a lungo andare, potrebbero rivelarsi esiziali. In Francia "la gauche", la sinistra, è il Ps, partito nel quale convivono filoni di pensiero tra loro anche profondamente diversi ma fortemente ancorati ai valori del socialismo democratico. Al punto che la meteora Royal, che tentò maldestramente di accantonarli, come fece e insiste a fare Veltroni in Italia, in pochi anni è passata da candidata all'Eliseo (sconfitta), a candidata alla carica di segretario del Ps (sconfitta) per terminare la sua parabola con la devastante performance alle primarie di domenica scorsa. Il tutto nel volgere di soli quattro anni.
C'è da esserne certi: si è trattato del canto del cigno di Madame, che, verosimilmente, lascerà la ribalta della politica nazionale. Già, perché, nei paesi normali, le carriere politiche dei leader, o aspiranti tali, dopo le sconfitte, hanno termine.
In Italia non è così.
Veltroni,che è sulla breccia da almeno vent'anni, nonostante una serie impressionante di rovesci, continua imperterrito a riproporre se stesso e il suo debol pensiero e, purtroppo, in giro c'è ancora gente, nei media e nel suo partito, che seguita a dargli credito.
Un bel guaio per il campo della sinistra riformista.
EP

venerdì 7 ottobre 2011

LA GELMINI E LA FIGLIA DELLA BALTI

Bianca Balti con la figlia
Bianca Balti, la super modella contesa dalle le più celebri griffes dell'haute couture, tra i personaggi più celebri dello star system internazionale che, insieme ad altre personalità, costituisce un'eccellenza italiana, in un' intervista ad un settimanale femminile ha raccontato, oltre al disagio di dover rappresentare nel mondo un Paese il cui gradimento ha raggiunto uno dei livelli più bassi mai riscontrati, grazie alle prodezze di un Premier che non conosce né vergogna, né senso del ridicolo, la sua fierezza di appartenere ad una comunità nazionale (leggasi amor di Patria) e soprattutto il desiderio di utilizzare le strutture pubbliche per sé e in futuro, la scuola, per la figlia. Non è la prima volta che la giovane modella si esprime a chiare lettere su temi che, verosimilmente, negli ambienti che pratica in ragione del suo lavoro, non riscuotono grande attenzione. La Balti è lombarda, nata e cresciuta a Lodi, come la bresciana Maria Stella Gelmini, fedelissima di Berlusconi e probabilmente prossima cofondatrice del Partito della gnocca, che si è segnalata in questi anni di governo come il peggior ministro dell'istruzione della nostra repubblica, il che la dice lunga su come la nostra scuola è ridotta.
Mentre scriviamo queste note a Roma e in altre città italiane, gli studenti stanno protestando contro un governo e contro un ministro che stanno scientificamente demolendo l'edificio dell'istruzione pubblica che, al contrario, dovrebbe essere in cima ai pensieri di chi governa un grande paese come l'Italia con lo sguardo rivolto al futuro e dunque collocando la scuola di stato, la sua crescita e ammodernamento, tra i punti qualificanti dell'agenda delle cose da fare subito.Non è stato e non sarà così e occorrerebbe che chi ancora spera che questo governo possa adottare anche una sola decisione per il bene dell'Italia, sarebbe opportuno che ne prendesse finalmente atto. Perché, a parte il Premier, ormai in preda ad un evidente delirio politico che tracima spesso in un delirio puro e semplice, come è pensabile che al vertice dell'istruzione pubblica, rimanga una personalità che in questi anni e in particolare in queste ultime settimane ha dato una clamorosa dimostrazione di ignavia, incompetenza e presunzione mediante un decisionismo dettato unicamente dalla palese volontà di devastare la già fragile impalcatura dell'istruzione statale?
Come è pensabile che una simile caricatura di ministro, al netto dei ricorrenti sfondoni in tema di conoscenza delle normative e di gestione di una struttura complessa come quella di viale Trastevere non avverta minimamente il bisogno di mettersi in discussione o, al minimo, di porre rimedio a una situazione scandalosa, adottando misure che in qualche modo arginino i disastri che ha combinato e che sono sotto gli occhi di tutti?
Nell'Italia che osserva con fin troppo rassegnato distacco l'autunno berlusconiano è purtroppo possibile: è possibile che (e questa è davvero l'ultima, più grave ancora della barzelletta vivente dei neutrini), ai quiz per il concorso a preside, siano stati somministrati ai candidati ben 1000 quiz sbagliati nella forma e nella sostanza.
Altrove un ministro, piaccia o no, responsabile politico di un simile errore, per forza o per amore avrebbe rassegnato le sue dimissioni. In Italia figuriamoci: se non se ne va un Premier che ha da tempo varcato la soglia dell' impresentabilità politica e personale perché mai dovrebbe andarsene un ministro dell'istruzione che parla di tunnel per neutrini e consente che un concorso per dirigenti scolastici venga gestito da incompetenti e ignoranti? Fortunatamente leggiamo che la figlia della Balti ha solo 3 anni.
Alla mamma e a noi resta almeno la speranza che quando la piccola sarà in età scolare ci saranno un altro premier e un altro ministro dell' Istruzione

martedì 4 ottobre 2011

IL BUE, L'ASINO E LA SUBURRA


Tutti i processi indiziari, quelli cioè dove manca la prova regina, la cosiddetta warm gun, la pistola fumante, per definizione, dividono le opinioni pubbliche. Storicamente, in Europa come in America, diventano, grazie alla crescente potenza ed invasività dei media, un barbaro rito collettivo, dove i protagonisti diventano attori, più o meno consapevoli, di un reality show.
Il serial legal è nato negli USA e, dai tempi di Perry Mason, è divenuto un genere televisivo di largo consumo, poiché rende accessibile ad un pubblico sempre più vasto ed esigente, mediante l'utilizzo di modalità divulgative e artifici in cui si mischiano spesso grossolanamente finzione, codici ed esigenze di sceneggiatura, un sistema investigativo e giudiziario, quello americano, che sembra essere stato costruito apposta per essere spettacolarizzato.
L'avvocato John Grisham, autore di romanzi e sceneggiature cinematografiche, gli ha conferito nuova dignità letteraria, al punto che, negli anni, tale sistema è divenuto, nell'immaginario collettivo, una sorta di modello da imitare anche se, a ben vedere, non si capisce perché dovrebbe essere indicato ad esempio.
Nel caso di Amanda Knox, i media americani hanno incessantemente gridato all'errore giudiziario, sostenendo, certo legittimamente, l'innocenza della studentessa di Seattle ma, nel contempo, illegittimamente e con la solita robusta dose tutta yankee di supponente superficialità, l'inadeguatezza del sistema giudiziario italiano.
Sul fatto che il nostro sistema giustizia non goda di ottima salute non sussistono dubbi tuttavia è surreale che le critiche vengano mosse da una stampa che farebbe meglio a guardare in casa propria, dove gli errori giudiziari (che non si contano, a cominciare dal caso degli anarchici italiani Sacco e Vanzetti nella prima metà del secolo scorso) per casi di omicidio, portano i condannati, quasi sempre neri o esponenti di comunità socialmente e finanziariamente deboli, dritti alla pena di morte che continua ad essere comminata nella maggior parte degli stati dell'Unione, nonostante l'Onu abbia dichiarato la moratoria e da ogni parte del mondo civile si moltiplichino le proteste e le richieste di abolizione.
D'altra parte il teatro dell'adozione dell'orrenda pratica del linciaggio fu la Virgina e oggi nello stato di Washington (di cui Seattle è la città più nota) la pena di morte viene comminata potendo scegliere tra iniezione letale o impiccagione.
Va dunque osservato che non tanto la mobilitazione per la Knox, quanto il clamore che ha provocato con annesse le gratuite insinuazioni sulla bontà della giustizia italiana, confermano l' esattezza del detto popolare nostrano che racconta del "bue che dice cornuto all'asino".
Quando, nel 1995, la corte di Los Angeles lo mandò assolto dall'accusa di avere assassinato la moglie, l'ex giocatore di football divenuto apprezzato attore, O.J.Simpson, uscì dalla comune senza la necessità di scorte, furgoni cellulari sirene e quant'altro perché, nonostante il caso avesse suscitato negli States grande clamore e altrettanta attenzione mediatica per la popolarità dell'imputato, non c'era nessuno, all'esterno del tribunale, a manifestare pro o contro la sentenza.
Esattamente il contrario di quanto è accaduto ieri sera di fronte al palazzo di giustizia perugino dove si è raccolta una folla di professionisti dell'indignazione in s.p.e. che, appresa la notizia della sentenza, ha principiato a lanciare invettive contro la corte e gli avvocati della difesa urlando i soliti epiteti (bastardi, vergogna) che sono la colonna sonora di queste adunate di individui che si autodefiniscono "esponenti della società civile", indifferenti al sacrosanto principio che le sentenze certo si possono commentare ma vanno rispettate.
Il legale di uno degli imputati, assolti, è giusto sottolinearlo, per non aver commesso il fatto, in tarda serata ha malinconicamente commentato che simili odiose manifestazioni appartengono alla nostra (sub)cultura e vengono da lontano.
Ai tempi in cui, verosimilmente, si riferiva l'avvocato, i protagonisti degli schiamazzi e delle urla nelle piazze e negli anfiteatri erano definiti "suburra", non certo "società civile".
EP

martedì 27 settembre 2011

IL SAMBENITO DI BAGNASCO

La prolusione pronunciata da Sua Eminenza il Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della Cei è da ieri oggetto di analisi del testo, stravaganti adozioni di chiavi interpretative, improbabili approcci esegetici, interpretazioni disparate soprattutto da parte di quegli esponenti del mondo cattolico impegnati in politica nel centro destra, alcuni dei quali, in preda ad una evidente e comprensibile disperazione, hanno provato ad inventarsi logorroici bizantinismi ai quali peraltro non paiono credere neppure loro, alcuni smarrendo persino il senso della misura e talora del ridicolo.Così appaiono i desolati e imbarazzati interventi a commento di Maurizio Sacconi, l'ex socialista che ha adottato i panni e lo zelo di un San Paolo post moderno, del solito Bondi e di quel Maurizio Lupi, esponente di una porzione di mondo cattolico legata al carro del PdL per ragioni spesso tutt'altro che commendevoli. E', codesta una patetica esercitazione di stile poiché il lessico curiale utilizzato dal Presule, il non detto, la non menzione esplicita del destinatario, se da un lato sembrano stemperare il peso e la gravità delle invettive lanciate, dall'altro il senso delle stesse, il tono pacato ma risoluto adottato, inducono a ritenere che il depositario non possa essere altri che Silvio Berlusconi. Con un sapiente uso del lessico liturgico, diplomatico e vagamente inquisitorio, degni di un Roberto Bellarmino piuttosto che di un Federigo Borromeo, Sua Eminenza non ha certo scordato di sottolineare gli eccessi mediatici e forse anche giudiziari di queste settimane ma l' impianto dei suoi argomenti non lascia spazio a dubbi: il Presidente della CEI ha offerto a Berlusconi un sambenito virtuale. Il quale Cavaliere, descritto come sgomento e irato, ha messo in moto il solito Letta per cercare di porre rimedio ad una situazione che per lui ora è divenuta davvero insostenibile. Il “gentiluomo vaticano”, non è dato sapere con quanta convinzione, si impegnerà per ricucire il filo spezzato ma l'asprezza della condanna di Bagnasco ha come rimedio per il malridotto cavaliere unicamente l'espiazione dei peccati, da praticare lontano dagli incarichi pubblici.
In pochi giorni sono venuti a mancare al Premier gli architravi politici e morali su cui ha poggiato la sua quasi ventennale stagione politica i cui attori principali oggi, di fronte al precipitare dell'immagine pubblica e del contestuale e conseguenziale immobilismo politico, non solo puntano il dito verso il reprobo ma rivolgono altrove la loro attenzione.Che lo abbiano scaricato gli imprenditori, delusi dalla mancata attuazione di una rivoluzione liberale e liberista promessa a più riprese, ci può stare. Berlusconi con loro, in fondo, avrebbe potuto ritenere che esistessero dei margini di recupero, per quanto impervia si presentasse la strada.
Ma la pubblica censura di Santa Romana Chiesa, non certo frutto di sterile improvvisazione, ma concepita e lungamente maturata, come ha ricordato Bagnasco, dentro il perimetro della comunità ecclesiale, ha il suono della campana a morto per una stagione politica che da Oltre Tevere è considerata non solo finita ma da consegnare rapidamente alla storia, parlandone il meno possibile.
Poiché, per la gerarchia ecclesiastica, alle prese essa stessa con gravi problemi legati ai comportamenti di non pochi tra i suoi esponenti, è una delle pagine più imbarazzanti della quasi secolare ingerenza vaticana negli affari dell'Italia.
Tra le Mura Leonine si sta forse facendo strada l'ipotesi che sia meglio voltare rapidamente pagina.

giovedì 28 luglio 2011

LE ROSE DI OSLO

Un mare di rose alzate a Oslo in segno di orgoglio per una storia e per un’identità che un ”mostro” ha colpito a morte. Il segno di un partito che non molla, ma crede nei suoi valori e combatte per affermarli. La rosa socialista europea che ci accomuna, ma che purtroppo non accomuna altro che noi in Italia. Mi chiedo. Quell’effluvio di rose dopo una strage di giovani, così crudele e tragica, che significato ha? E poi mi domando anche: in Italia sarebbe successo (con la rosa o con qualsiasi altro simbolo)? Il significato è nelle parole stesse di Stoltenberg. Dopo il masssacro il premier norvegese ha ribadito la sua fiducia nella società aperta e non ha mancato di richiamare la sua fede negli ideali del suo partito e del suo governo. Ideali che hanno una storia e un minimo comun denominatore europeo. Il milione di giovani in piazza questo hanno testimoniato. Non ci sarà mai strage capace di farci cambiare le nostre idee di solidarietà, di libertà, di giustizia. Sarebbe avvenuto in Italia? Non credo. E non solo perchè le stragi (in Italia un episodio simile a quello di Oslo non si è mai per fortuna verificato, anche se le stragi sono state assai più numerose di quelle degli altri paesi europei) o anche un singolo episodio di violenza portano in genere i leader politici a inseguire gli umori della piazza, e questa è caratteristica solo italiana. Ogni volta che dobbiamo piangere una vittima italiana in una missione di pace vorremmo infatti richiamare in patria i nostri soldati. Ogni volta che assistiamo a un episodio di sangue vogliamo un colpevole pur che sia e magari chiediamo la pena di morte. Ogni volta che un presunto colpevole viene incarcerato assistiamo a stupide e grottesche resse di cittadini che vorrebbero la gogna. Lo stile di Oslo e quelle rose non c’entrano purtroppo con l’Italia, anche per un altro motivo. In Italia non si alza il simbolo di una storia perchè i partiti attuali sono tutti senza storia. Non si alza il simbolo di una identità perchè i partiti sono tutti senza identità. Possono alzare solo la loro impotenza a suscitare un minimo sentimento di appartenenza. Quale orgoglio per una storia e per una identità per partiti senza storia e senza identità? L’Italia è lontana dallo stile, ma anche dalle rose, di Oslo.

MAURO DEL BUE

venerdì 8 luglio 2011

NESSUN DOPO BERLUSCONI

Berlusconi non lascerà nessun Alfano, per il semplice fatto che Premier non è più, se mai lo fosse stato, nella condizione di determinare il futuro dell'Italia. Dunque non ci sarà nessun dopo Berlusconi.Il Governo non c’è più, la maggioranza è sempre più instabile e la manovra di Tremonti ha definitivamente spento ogni possibilità di crescita economica del Paese. Farebbe bene Berlusconi a fare un passo indietro già da adesso, senza aspettare il 2013.

RICCARDO NENCINI

martedì 28 giugno 2011

ZAVORRE

A una sinistra che aspira a governare l'Italia non sono consentiti, su questioni che sono dirimenti rispetto all'avvenire del nostro Paese, nè tentennamenti, nè maldestre stizzatine d'occhio a chi non perde occasione per sollevare proteste tanto demagiogiche quanto velleitarie.

I lavori per la tratta dell'Alta velocità in Valle di Susa devono iniziare subito, perchè non possiamo perdere un'opportunità unica e irripetibile per rimanere ancorati alle dinamiche economiche e commerciali dell'Europa del futuro ed è semplicemente suicida mettere a repentaglio un finanziamento di questa entità per assecondare quanti continuano a coltivare il mito del "buon selvaggio" fornendo alibi e sponde a soggetti "border line" sempre e comunque protestatari se non dichiaratamente eversivi.
Il centrosinistra, per essere avvertito dall'elettorato come una forza che ispira i propri programmi ad un riformismo moderno e privo di zavorre postideologiche, deve assolutamente separare il proprio cammino da chi seguita a giustificare, con sterili bizantinismi lessicali, episodi e comportamenti del tutto inaccettabili.
RICCARDO NENCINI

lunedì 13 giugno 2011

BERLUSCONI KO

E’ l’unico dato certo. L’immagine del presidente del Consiglio, unita alle gravi deficienze del suo governo, sono alla base del risultato referendario, che viene dopo la doppia batosta di Milano e di Napoli. Si può ritenere che il disastro di Fukushima (con tanto di appelli di uomini di cultura e di spettacolo, qualcuno anche davvero fuori luogo e fuori tono) abbia influito alla partecipazione e cosi i due referendum sull’acqua pubblica, senza aggravi sulle tariffe. Vedremo dopo questi ultimi due referendum quali saranno le conseguenze pratiche. Mentre per il nucleare è evidente che l’Italia ha scelto di farne a meno, così come per i legittimi impedimenti e tutte le leggi “ad personam” che Berlusconi ci ha propinato in questi anni, senza mai fare una vera riforma della giustizia. Ma a me pare evidente il carattere eminentemente politico di questi referendum, così come quello delle elezioni di Milano e Napoli. C’è ormai nel paese una maggioraza di persone che è stanca di Berlusconi, delle sue continue esibizioni da uomo ricco mentre il paese è in ginocchio, delle sue crociate contro le televisioni da uomo proprietario di televisioni, delle sue promesse da marinaio sui principali problemi del paese. Ciò è chiaro e non è neanche tanto originale. In tutta Europa i governi sono in crisi e le opposizioni vincono. L’Italia berlusconiana faceva eccezione e adesso non la fa più. Ma qui, oltre alla mancata fiducia nel governo è molto più forte che altrove, adesso, la stanchezza e la delusione per i comportamenti del leader del governo, per la sua persona. E’ vero, gli italiani sono abituati a dare la maggioranza alle opposizioni dal 1994 ad oggi. E’ sempre avvenuto che i governi perdano le elezioni politiche successive. Così a me pare che il problema per la coalizione di centro-sinistra (e uso volutametne questo termine) non dovrebbe oggi solo essere quello di vincere le elezioni, cosa a mio avviso ormai abbastanza scontata (le può perdere solo con una serie di autogol a getto continuo), ma è quello di assicurare un governo che duri e che governi, che affronti i grandi problemi italiani: quello della crescita che non c’è, delle giovani generazioni senza lavoro, di un fisco ingiusto molto pagato dai meno e troppo evaso dai più, dello Stato che non funziona e rispetto alla riforma del quale ogni manifestazione di federalismo che aumenti le spese e le tasse non risolve, ma aggrava, il problema. E altro ancora. Per fare tuto questo non basta a mio avviso un coalizione capace di vincere mettendo insieme più o meno tutti gli antiberlusconiani e ancor meno la sola sinistra cosiddetta radicale con quella riformista. E’ troppo caldo ancora il fallimento del governo Prodi. Il centro-sinistra festeggi perchè ne ha diritto, ma rifletta sulla politica e sui nuovi compiti che l’attendono.
MAURO DEL BUE


mercoledì 8 giugno 2011

QUATTRO Sì E QUATTRO FIRME PER CAMBIARE L'ITALIA.


Domenica 12 e lunedì 13 giugno le elettrici e gli elettori italiani sono chiamati alle urne per rispondere a quattro quesiti referendari che possono rappresentare, con il raggiungimento del quorum e la vittoria dei Sì, un ulteriore avviso di sfratto, dopo il chiaro segnale venuto dalle recenti elezioni amministrative, per il governo Berlusconi e la precaria maggioranza parlamentare che ancora lo sostiene. I socialisti invitano dunque a recarsi ai seggi e a votare quattro Sì. I temi oggetto del referendum sono infatti da anni al centro delle nostre battaglie.
In particolare è necessario sventare il tentativo del governo volto a perseguire una politica energetica basata sulla costruzione di nuove centrali nucleari, tema già sollevato nel 1987 dal Psi che fu tra i promotori di un analogo e vittorioso referendum, garantire che la giustizia sia davvero uguale per tutti, cancellando l'iniqua legge sul legittimo impedimento e rendere l'acqua un bene fruibile per tutti i cittadini pur nella consapevolezza che, su questa questione, occorrerà adottare interventi legislativi atti ad evitare che il monopolio delle aziende pubbliche sia assoluto non essendoci imprese collocate sul mercato che potrebbero invece favorire maggiore efficienza delle reti idriche con un costante monitoraggio e manutenzione degli impianti e, in virtù della concorrenza, ad un costo più basso per i cittadini. Sarà inoltre necessario modificare l'attuale normativa che, in tema di gestione dell'acqua, consente ai comuni di ricoprire la doppia veste di controllori e controllati.
L'occasione data della consultazione referendaria dimostra una volta di più quanto sia indispensabile cambiare l'Italia.
Muovendo da codesta convinzione abbiamo proposto all'attenzione dei cittadini quattro petizioni popolari per modificare l’attuale legge elettorale, cambiare il finanziamento pubblico ai partiti, per istituire una tassa equa sulle transazioni finanziarie e per innovare la legislazione sul lavoro, allo scopo di eliminare la precarietà e dare parità vera a uomini e donne.
Prosegue in tutta Italia la raccolta firme già avviata.
Chiediamo ai cittadini di aderire apponendo una firma su ciascuna delle petizioni.
Lo potranno fare recandosi presso i gazebo che i socialisti allestiscono in tutti i capoluoghi di provincia.
RICCARDO NENCINI




sabato 14 maggio 2011

UN PAESE NORMALE.ORA.



"L'altra sera mi sentivo Spartacus e avrei voluto trafiggere con la pesante spada tutti quei politici che vanno in tv a raccontare fandonie, a cambiare idea, a urlare i continuazione. Avrei smaniato per chiamare a raccolta i gladiatori per vendicarmi di tutti quei programmi che mettono in scena le disgrazie, fingendo di interessarsene. Avrei desiderato spezzare tutte le catene di conformismo, volgarità, stupidità che ogni giorno ci condizionano, ma trovano puntualmente riscontro in mille programmi tv".
(Aldo Grasso,  14 maggio 2011 da Corriere.it)

http://www.corriere.it/spettacoli/11_maggio_14/vorrei-fare-spartacus-contro-le-urla-dei-politici-aldo-grasso_1c2676f6-7deb-11e0-b8e5-ff5d2143f9c2.shtml




domenica 20 marzo 2011

DEAD MAN WALKING

Ieri, mentre Giorgio Napolitano, icona vivente dell'amor di patria e dell'orgoglio nazionale, mieteva nel compassato capoluogo subalpino consensi e suscitava l'entusiasmo dei cittadini, un terreo Silvio Berlusconi, a cui il pesante trucco conferiva un aspetto grottesco, si aggirava, tra gli stucchi dell'Eliseo a Parigi, saggiando in metafora, per dirla con Dante "si come sa di sale lo pane altrui", poichè prima del suo arrivo a Parigi la Clinton, Sarkozy e Cameron avevano già assunto, senza neppure peritarsi di consultarlo, la decisione di scatenare Odyssey dawn, l'operazione militare di No fly zone contro la Libia.

Il volto tirato e pallido dello screditato Premier italiano nel corso della conferenza stampa succssiva al vertice, le sue poco credibili spiegazioni, la servile e goffa offerta delle basi aeree italiane (da dove, se no, dovrebbero decollare gli aerei della coalizione, da Rejkjavik?) sono la plastica rappresentazione del livello in cui è precipitata l'Italia nel novero delle nazioni occidentali.
Ha un bel dire l'ineffabile La Russa "non siamo degli affittacamere".
Purtroppo la giornata di ieri ci ha dato la conferma che come tali ci considerano tanto le spocchiose cancellerie europee quanto il Dipartimento di stato Usa, certo anche grazie alle vicende personali, diplomatiche e politiche del Cavaliere e delle sue imbarazzanti amicizie, messo di fronte in patria ad un rosario di processi per reati tra i più infamanti, con una maggioranza parlamentare (semprechè la Lega, a fronte della novità libica, non decida di staccare la spina) nelle mani di gente come Romano, Scilipoti, Razzi e Pionati, tutti dietro l'uscio ad attendere famelici le promesse prebende e sinecure che tardano ad arrivare (e chissà se arriveranno mai) e infine, con la bomba umanitaria che sta deflagrando sulle nostre coste che, lasciati soli dall'Europa, non è ancora chiaro come gestiremo.
Stando così le cose anche ad uno spovveduto appare chiaro che Berlusconi, sul piano politico, altro non è che un "dead man walking", un uomo morto che cammina.
Come i suoi (ex) amici Mubarak e Gheddafi.
EP

mercoledì 16 marzo 2011

UN PAESE A COLORI

Gli sbarchi a Lampedusa continuano numerosi ormai da giorni. I centri di accoglienza, ridotti al limite delle capacità numeriche, non sono più in grado di offrire ospitalità ai tanti che arrivano in Italia sui c.d. barconi della speranza. Questi mezzi fatiscenti sono anche protagonisti di incidenti in mare le cui vittime sono appunto immigrati ricchi di sola speranza. In questo quadro pieno di immagini drammatiche, ci sono persone che arrivano a Lampedusa con la certezza di essere persone migliori degli immigrati, dichiarando la loro completa avversione verso l’arrivo di quei disperati, portatori malati di un’ideologia riferibile al secolo passato e non più accettabile da alcun uomo capace di intendere. I vari Borghezio o Marine Le Pen dimostrano non solo profonda irresponsabilità nell’atteggiamento che stanno assumendo verso questa vicenda, ma anche una profonda ignoranza riguardo alla storia dell’Italia, al nostro passato, ai nostri emigranti. Se da un lato è vero che Lampedusa è al limite del collasso, che l’Italia da sola non può ricevere tutti gli extra comunitari che stanno arrivando, che l’Europa se ne sta elegantemente lavando le mani, dall’altro non si può chiudere la porta e fingere che quanto sta accadendo non ci riguardi. L’ambiguità con cui il nostro Governo sta affrontando il “caso Libia”, mette l’Italia in una posizione di fragilità verso le altre potenze europee, ma questo aspetto viene occultato da atteggiamenti razzisti e non propositivi alla risoluzione del problema. Nella settimana dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia vorrei fare un parallelo tra gli attuali disperati che arrivano in Italia in cerca di democrazia, diritti e libertà, ed i nostri emigranti che sono partiti per andare a cercare carbone in Belgio, in Francia, democrazia negli Stati Uniti, lavoro in Sud America, come uomini soli, poveri ed ignoranti, proprio come i disperati di Lampedusa. In tutto ciò c’è solo una differenza: gli italiani avevano ad aspettarli la Statua della Libertà, il Cristo che sovrasta Rio, i villaggi delle centrali a carbone; i clandestini di oggi solo un centro di accoglienza oltre i limiti del sovraffollamento, politici irrazionali che li odiano e come unica prospettiva una vita da clandestini nell’Italia dai mille colori.

CLAUDIA BASTIANELLI

lunedì 14 marzo 2011

RIFARE L'ITALIA. ORA. ROMA, 13 MARZO 2011

IL DIBATTITO ALLA FESTA DEL SOCIALISMO TRICOLORE CON RICCARDO NENCINI, ROSY BINDI, PIER FERDINANDO CASINI

mercoledì 2 marzo 2011

PER UN CESPO D'INSALATA

Siamo a Reggio Emilia, in un caldo 20 agosto del 1796.

In quei giorni la situazione in città è confusa: i francesi occupano la Cittadella ed il Reggente estense invia 400 Dragoni per cercare di mantenere l’ordine; ma verso le cinque del pomeriggio arriva il casus belli sotto l’insolita forma di un cespo d’insalata.
Dobbiamo fare uno sforzo d’immaginazione e porci in piazza San Prospero, la piasa céca dei reggiani. Quel luogo, all’ombra della basilica del patrono, ora come allora rappresentava il cuore della vita cittadina, dove si svolgeva il mercato quotidiano.
La piazza è gremita di gente quando, in un punto imprecisato, scoppia una lite fra un granatiere e un’ortolana perché, pare, non si erano messi d’accordo sul prezzo della merce. Episodi come questi rappresentavano forse la normalità in un mercato cittadino, ma la confusa situazione politica i cui si trovava la città era sufficiente a trasformare la fiamma di un cerino in un incendio.
L’azione è degna di un copione hollywoodiano: un barbiere tenta di mettere pace tra il soldato e l’ortolana, ma è minacciato con una sciabola che finisce addosso ad un ragazzino; alle grida di quest’ultimo accorre l’Auditore militare Ferdinando Ruffini, che rimprovera il soldato, cui però arriva a dare manforte un commilitone che colpisce il braccio dell’Auditore; quest’ultimo, per evitare altre percosse, trova rifugio in un negozio nel quale, manco a farlo apposta, si trovava un noto e fervente repubblicano, Carlo Ferrarini che, preso da furore antiestense, afferra una sedia e la scaglia addosso ai soldati. La loro reazione non si farà attendere e il povero Ferrarini, coinvolto suo malgrado, dopo essere stato malmenato dai soldati è trascinato in arresto negli alloggiamenti della milizia a porta san Pietro.
La notizia dell’arresto del Ferrarini si sparge in un baleno e la piazza si riempie di gente che chiede la sua liberazione. E’a questo punto che compare sulla scena un personaggio che diventerà quasi un’icona della rivoluzione cittadina: Rosa Manganelli, nome omen.
La donna si pone coraggiosamente alla testa dei repubblicani cominciando a distribuire armi agli accorsi e,dopo aver guidato la schiera dei rivoltosi in piazza grande, allora sede del governo cittadino, capeggia l’occupazione del palazzo pubblico e scatena la caccia al dragone estense. In un primo tempo la guarnigione sembra non rendersi conto della gravità della situazione e minaccia i rivoltosi di “voler giocare a bocce con la testa dei giacobini” ma, dopo un invito alla prudenza da parte del Senato cittadino, è consegnata nei propri alloggi ed è impartito l’ordine di rilasciare subito il prigioniero.
All’alba del 22 agosto la guarnigione senza battere tamburo si ritira a Modena. Il governatore estense, Don Mario Fici della Giumerella dei duchi di Amalfi detto significativamente “fico”, vistosi in balia della folla senza la protezione dei dragoni, fugge dalla città con i soldati: la rivoluzione ha trionfato e la città è finalmente libera, tanto da divenire, come scrive Prospero Fantuzzi in una cronaca, La Primogenita.
A coronamento dell’avvenuta rivoluzione, nella notte tra il 25 e il 26, un piccolo gelso diviene “Albero della Libertà” e viene piantato davanti all’ex sede del governo Estense da un gruppo di ardimentosi cittadini quale coronamento della ritrovata indipendenza. E fu così che Ugo Foscolo dedicò l’Ode a Bonaparte liberatore ai Reggiani “Primi veri italiani e liberi cittadini” forse non sapendo che tale scintilla fu accesa dal coraggio di due donne, di una soltanto delle quali, purtroppo, conosciamo il nome.
Questa fiaba ci insegna che non bisogna mai sottovalutare il coraggio delle donne, cui dobbiamo onore, rispetto e riconoscenza per tutto ciò che, spesso nell’ombra e nel silenzio, hanno fatto per noi Italiani.
Viva l’Italia!!!

RITA MORICONI