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lunedì 28 marzo 2011
lunedì 7 marzo 2011
DONNE D’ITALIA: LA FORZA DEL PAESE
Le donne italiane sono la forza del nostro Paese. Non si tratta di una frase di circostanza, ma di una costatazione che, in coincidenza con i festeggiamenti dei 150 dall’Unità d’Italia, assume un valore ancora più rilevante. Dal quel 1861 la situazione delle donne italiane è molto cambiata, si è evoluta, c’è stata la conquista di importanti diritti: il suffragio universale, il diritto all’aborto ed al divorzio, le quote rosa con la conseguente maggiore partecipazione delle donne nella vita sociale, politica ed imprenditoriale del Paese; l’abolizione del delitto d’onore che vedeva come vittima principale il gentil sesso. In questi 150 anni le italiane hanno assunto sulle loro spalle anche responsabilità gravi da portare ed in occasione delle due guerre mondiali che ci hanno visti protagonisti, hanno lavorato sui campi e nelle cucine, crescendo da sole i loro figli e comportandosi da uomini e da donne contemporaneamente, come solo chi ha davvero coraggio sa fare. Hanno saputo scendere in piazza per gridare la loro volontà di riscossa verso gli uomini che per troppo tempo le hanno trattate solo come un mezzo di lavoro e riproduzione, ignorando verso di loro il significato della parola rispetto. Sono riuscite però anche ad apprendere dagli uomini la capacità di scendere ai più vigliacchi compromessi, a vendersi per raggiungere i loro obiettivi, ad arrendersi alle impari opportunità che affliggono la società del ventunesimo secolo. Tante conquiste dunque, ma anche tanti errori che rendono le donne italiane speciali nel loro saper essere contemporaneamente una, nessuna centomila, come direbbe il grande Pirandello. Cari uomini italiani dovreste solo ringraziare le vostre compagne, madri, sorelle e figlie per aver contribuito insieme a voi a creare questo splendido Paese in cui viviamo, un Paese con tanti problemi forse, dal quale però non riusciamo a slegare il cordone ombelicale dato dall’orgoglio vero di essere italiani. In occasione della ricorrenza dell’otto marzo, festa internazionale della donna, gli auguri sono doverosi ed arricchiti di un pizzico di fierezza per l’appartenenza a questo forte, gentile e combattivo genere femminile. L’augurio che mi faccio e che faccio a tutte le italiane è che tra cinquant’anni, in occasione del bicentenario dell’Unità d’Italia, non ci sia più violenza verso le donne, non ci sia più bisogno di quote rosa, non ci siano più donne pronte a vendersi per un risultato, non ci siano più discriminazioni sul lavoro, non ci sia più l’otto marzo così come concepito ora… solo se tutto ciò non esisterà più avremo davvero vinto la nostra battaglia, vivremo davvero nelle pari opportunità. Auguri a tutte le donne!
CLAUDIA BASTIANELLI
Responsabile Pari Opportunità FGS
CLAUDIA BASTIANELLI
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PROMUOVERE LA CULTURA DEL RISPETTO
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| ROSA LUXEMBURG |
Nel VII Congresso dell’Internazionale socialista del 1907, dirigenti come Rosa Luxemburg e Clara Zetkin posero la questione femminile e la rivendicazione del diritto di voto alle donne. Il Congresso votò una risoluzione nella quale si impegnavano i partiti socialisti a “lottare energicamente per l’introduzione del suffragio universale delle donne”. Alcuni giorni dopo si tenne una conferenza dell’ internazionale, nella quale si decise la creazione di un Ufficio di Informazione delle donne socialiste e Clara Zetkin diresse la rivista "Die Gleichheit "L’uguaglianza", che divenne l’organo dell’Internazionale delle donne socialiste.
Nel 1908 a Chicago, ad una conferenza del Partito socialista americano, Corinne Brown che presiedeva, a causa dell’assenza di un oratore, pose in discussione lo sfruttamento lavorativo delle operaie in termini di basso salario, orario di lavoro, discriminazione sessuale e diritto di voto. Fu chiamato “Woman’s Day” e da qui negli Stati Uniti fu celebrata il 28 febbraio 1909 la giornata della donna.
Il 900 è stato quindi un secolo di grandi sfide e conquiste, dal punto di vista dei diritti e le donne hanno lottato tra mille difficoltà per raggiungere traguardi importanti. Oggi i percorsi di emancipazione ci hanno portato a livelli di partecipazione importanti, anche se il nostro Paese continua ad essere fanalino di coda rispetto ad altri Paese Europei che negli anni hanno investito sulle competenze delle donne, sul loro senso etico della politica, sulla loro capacità di mettersi al servizio della collettività. In Italia invece vi è la tendenza sempre più pressante negli ultimi anni, da parte di certa televisione, giornali e politica , a considerare le donne una sorta di “arredo urbano” o oggetto di scambio sessuale che è veramente offensivo, ma che soprattutto non ci appartiene.
Noi vogliamo cambiare, invertire una rotta che propone modelli sbagliati, lo vogliamo fare perché pensiamo ad un mondo comune di valori per i nostri giovani e perché riteniamo di poter dare concretamente un contributo alla ripresa del Paese.
In materia di diritti c’è ancora molto da fare, per una società che si definisce civile sono troppe le donne vittime di abusi e violenze, diffuse a vari livelli e in qualsiasi ambito sociale, sovente all’interno di quegli istituti comunemente sentiti rassicuranti come la famiglia o il luogo di lavoro. Occorre aumentare i servizi, promuovere una cultura del rispetto ma anche leggi adeguate, occorre far sentire che vi è una presa in carico, per poter spezzare quella che è comunemente chiamata la catena del silenzio e della paura.
Nelle società complesse come la nostra e tante altre, dove ormai si incrociano tante culture diverse è necessario individuare un terreno comune di dialogo e di ascolto perché sempre più donne possano essere protagoniste della propria storia e non in quanto appartenenti a qualcuno. Ecco perché l’8 marzo è un giorno speciale, per ricordare che le donne note e non, hanno segnato la storia e il progresso delle società, durante le guerre e in tempo di pace, lo hanno fatto con intelligenza, caparbietà e coraggio. Noi vogliamo essere degne di loro e protagoniste del nostro futuro, ecco perché le donne socialiste vogliono rinnovare la politica e vedere rispettati i diritti di donne e uomini secondo principi di giustizia, libertà e pari opportunità.
RITA CINTI LUCIANI
Responsabile nazionale pari opportunità PSI
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mercoledì 2 marzo 2011
PER UN CESPO D'INSALATA
Siamo a Reggio Emilia, in un caldo 20 agosto del 1796.
In quei giorni la situazione in città è confusa: i francesi occupano la Cittadella ed il Reggente estense invia 400 Dragoni per cercare di mantenere l’ordine; ma verso le cinque del pomeriggio arriva il casus belli sotto l’insolita forma di un cespo d’insalata.
Dobbiamo fare uno sforzo d’immaginazione e porci in piazza San Prospero, la piasa céca dei reggiani. Quel luogo, all’ombra della basilica del patrono, ora come allora rappresentava il cuore della vita cittadina, dove si svolgeva il mercato quotidiano.
La piazza è gremita di gente quando, in un punto imprecisato, scoppia una lite fra un granatiere e un’ortolana perché, pare, non si erano messi d’accordo sul prezzo della merce. Episodi come questi rappresentavano forse la normalità in un mercato cittadino, ma la confusa situazione politica i cui si trovava la città era sufficiente a trasformare la fiamma di un cerino in un incendio.
L’azione è degna di un copione hollywoodiano: un barbiere tenta di mettere pace tra il soldato e l’ortolana, ma è minacciato con una sciabola che finisce addosso ad un ragazzino; alle grida di quest’ultimo accorre l’Auditore militare Ferdinando Ruffini, che rimprovera il soldato, cui però arriva a dare manforte un commilitone che colpisce il braccio dell’Auditore; quest’ultimo, per evitare altre percosse, trova rifugio in un negozio nel quale, manco a farlo apposta, si trovava un noto e fervente repubblicano, Carlo Ferrarini che, preso da furore antiestense, afferra una sedia e la scaglia addosso ai soldati. La loro reazione non si farà attendere e il povero Ferrarini, coinvolto suo malgrado, dopo essere stato malmenato dai soldati è trascinato in arresto negli alloggiamenti della milizia a porta san Pietro.
La notizia dell’arresto del Ferrarini si sparge in un baleno e la piazza si riempie di gente che chiede la sua liberazione. E’a questo punto che compare sulla scena un personaggio che diventerà quasi un’icona della rivoluzione cittadina: Rosa Manganelli, nome omen.
La donna si pone coraggiosamente alla testa dei repubblicani cominciando a distribuire armi agli accorsi e,dopo aver guidato la schiera dei rivoltosi in piazza grande, allora sede del governo cittadino, capeggia l’occupazione del palazzo pubblico e scatena la caccia al dragone estense. In un primo tempo la guarnigione sembra non rendersi conto della gravità della situazione e minaccia i rivoltosi di “voler giocare a bocce con la testa dei giacobini” ma, dopo un invito alla prudenza da parte del Senato cittadino, è consegnata nei propri alloggi ed è impartito l’ordine di rilasciare subito il prigioniero.
All’alba del 22 agosto la guarnigione senza battere tamburo si ritira a Modena. Il governatore estense, Don Mario Fici della Giumerella dei duchi di Amalfi detto significativamente “fico”, vistosi in balia della folla senza la protezione dei dragoni, fugge dalla città con i soldati: la rivoluzione ha trionfato e la città è finalmente libera, tanto da divenire, come scrive Prospero Fantuzzi in una cronaca, La Primogenita.
A coronamento dell’avvenuta rivoluzione, nella notte tra il 25 e il 26, un piccolo gelso diviene “Albero della Libertà” e viene piantato davanti all’ex sede del governo Estense da un gruppo di ardimentosi cittadini quale coronamento della ritrovata indipendenza. E fu così che Ugo Foscolo dedicò l’Ode a Bonaparte liberatore ai Reggiani “Primi veri italiani e liberi cittadini” forse non sapendo che tale scintilla fu accesa dal coraggio di due donne, di una soltanto delle quali, purtroppo, conosciamo il nome.
Questa fiaba ci insegna che non bisogna mai sottovalutare il coraggio delle donne, cui dobbiamo onore, rispetto e riconoscenza per tutto ciò che, spesso nell’ombra e nel silenzio, hanno fatto per noi Italiani.
Viva l’Italia!!!
RITA MORICONI
In quei giorni la situazione in città è confusa: i francesi occupano la Cittadella ed il Reggente estense invia 400 Dragoni per cercare di mantenere l’ordine; ma verso le cinque del pomeriggio arriva il casus belli sotto l’insolita forma di un cespo d’insalata.
Dobbiamo fare uno sforzo d’immaginazione e porci in piazza San Prospero, la piasa céca dei reggiani. Quel luogo, all’ombra della basilica del patrono, ora come allora rappresentava il cuore della vita cittadina, dove si svolgeva il mercato quotidiano.
La piazza è gremita di gente quando, in un punto imprecisato, scoppia una lite fra un granatiere e un’ortolana perché, pare, non si erano messi d’accordo sul prezzo della merce. Episodi come questi rappresentavano forse la normalità in un mercato cittadino, ma la confusa situazione politica i cui si trovava la città era sufficiente a trasformare la fiamma di un cerino in un incendio.
L’azione è degna di un copione hollywoodiano: un barbiere tenta di mettere pace tra il soldato e l’ortolana, ma è minacciato con una sciabola che finisce addosso ad un ragazzino; alle grida di quest’ultimo accorre l’Auditore militare Ferdinando Ruffini, che rimprovera il soldato, cui però arriva a dare manforte un commilitone che colpisce il braccio dell’Auditore; quest’ultimo, per evitare altre percosse, trova rifugio in un negozio nel quale, manco a farlo apposta, si trovava un noto e fervente repubblicano, Carlo Ferrarini che, preso da furore antiestense, afferra una sedia e la scaglia addosso ai soldati. La loro reazione non si farà attendere e il povero Ferrarini, coinvolto suo malgrado, dopo essere stato malmenato dai soldati è trascinato in arresto negli alloggiamenti della milizia a porta san Pietro.
La notizia dell’arresto del Ferrarini si sparge in un baleno e la piazza si riempie di gente che chiede la sua liberazione. E’a questo punto che compare sulla scena un personaggio che diventerà quasi un’icona della rivoluzione cittadina: Rosa Manganelli, nome omen.
La donna si pone coraggiosamente alla testa dei repubblicani cominciando a distribuire armi agli accorsi e,dopo aver guidato la schiera dei rivoltosi in piazza grande, allora sede del governo cittadino, capeggia l’occupazione del palazzo pubblico e scatena la caccia al dragone estense. In un primo tempo la guarnigione sembra non rendersi conto della gravità della situazione e minaccia i rivoltosi di “voler giocare a bocce con la testa dei giacobini” ma, dopo un invito alla prudenza da parte del Senato cittadino, è consegnata nei propri alloggi ed è impartito l’ordine di rilasciare subito il prigioniero.
All’alba del 22 agosto la guarnigione senza battere tamburo si ritira a Modena. Il governatore estense, Don Mario Fici della Giumerella dei duchi di Amalfi detto significativamente “fico”, vistosi in balia della folla senza la protezione dei dragoni, fugge dalla città con i soldati: la rivoluzione ha trionfato e la città è finalmente libera, tanto da divenire, come scrive Prospero Fantuzzi in una cronaca, La Primogenita.
A coronamento dell’avvenuta rivoluzione, nella notte tra il 25 e il 26, un piccolo gelso diviene “Albero della Libertà” e viene piantato davanti all’ex sede del governo Estense da un gruppo di ardimentosi cittadini quale coronamento della ritrovata indipendenza. E fu così che Ugo Foscolo dedicò l’Ode a Bonaparte liberatore ai Reggiani “Primi veri italiani e liberi cittadini” forse non sapendo che tale scintilla fu accesa dal coraggio di due donne, di una soltanto delle quali, purtroppo, conosciamo il nome.
Questa fiaba ci insegna che non bisogna mai sottovalutare il coraggio delle donne, cui dobbiamo onore, rispetto e riconoscenza per tutto ciò che, spesso nell’ombra e nel silenzio, hanno fatto per noi Italiani.
Viva l’Italia!!!
RITA MORICONI
giovedì 24 febbraio 2011
L’UMBRIA E I SUOI PRIMATI
Fino a qualche anno fa, la mia regione era piuttosto anonima per quel che
concerne i cattivi esempi e comportamenti della società. Sono cresciuta con la fotografia di tanti uomini e donne dalla cultura profondamente di sinistra che la domenica, però, non rinunciavano ad andare a Messa e per i quali i valori del cattolicesimo erano base fondante della loro educazione. Nei miei ricordi ho solo immagini di famiglie unite, dove termini come divorzio o violenza venivano visti lontani, riferibili alle grandi città, non ammessi in una
società provinciale forse, ma serena. Negli ultimi due giorni però i titoli dei
giornali regionali stanno dimostrando come invece tutto sia cambiato, tutto si
sia evoluto diversamente, tutto sia andato perduto. Ieri: l’Umbria prima
regione in Italia per richieste di annullamento da parte del tribunale
ecclesiastico di matrimoni. Oggi: l’Umbria prima regione in Italia per quel che concerne la violenza sulle donne. Cosa accade? Forse i coniugi umbri si sono scoperti all’improvviso meno bigotti nei confronti del divorzio ed hanno capito che un matrimonio può anche finire, però non sono ancora in grado rinunciare alla benedizione della Chiesa? Forse le violenze sono sempre esistite, ma oggi
le donne hanno il coraggio di denunciare perché più autonome economicamente, meno legate al “chissà che dice la gente” e maggiormente assistite da associazioni ed Istituzioni? Certo è che mai avrei immaginato che l’Umbria, poco meno di un milione di abitanti, tanti piccoli comuni, tanta brava gente, sarebbe riuscita nel primato per nulla invidiabile di essere sopra a regioni popolate da milioni di persone nella violenza. Le donne sono probabilmente sempre l’anello debole in rapporto, ma il fatto che non ci sia rispetto per il loro corpo e per la loro integrità fisica, psicologica ed anche economica (nel caso dell’annullamento del matrimonio) mi rimane ancora impossibile da accettare. Non voglio addentrarmi in considerazioni politiche o giudizi morali,
sarebbe molto facile analizzare il comportamento della Chiesa in merito e premiare le Istituzioni dall’altro per aver favorito lo sviluppo di enti a favore delle donne e delle pari opportunità; voglio, invece, solo dire che lo
sviluppo ci ha portato dei vantaggi, ma anche delle profonde delusioni. Ho scritto queste poche righe per dire che io ricordo quella fotografia con affetto, piena di colori dove il rosso delle bandiere era al fianco del bianco delle candele, dove le donne erano purtroppo solo madri di famiglia e donne di casa, ma dove il rispetto per ogni essere umano era al primo posto nella scala dei valori.
CLAUDIA BASTIANELLI
concerne i cattivi esempi e comportamenti della società. Sono cresciuta con la fotografia di tanti uomini e donne dalla cultura profondamente di sinistra che la domenica, però, non rinunciavano ad andare a Messa e per i quali i valori del cattolicesimo erano base fondante della loro educazione. Nei miei ricordi ho solo immagini di famiglie unite, dove termini come divorzio o violenza venivano visti lontani, riferibili alle grandi città, non ammessi in una
società provinciale forse, ma serena. Negli ultimi due giorni però i titoli dei
giornali regionali stanno dimostrando come invece tutto sia cambiato, tutto si
sia evoluto diversamente, tutto sia andato perduto. Ieri: l’Umbria prima
regione in Italia per richieste di annullamento da parte del tribunale
ecclesiastico di matrimoni. Oggi: l’Umbria prima regione in Italia per quel che concerne la violenza sulle donne. Cosa accade? Forse i coniugi umbri si sono scoperti all’improvviso meno bigotti nei confronti del divorzio ed hanno capito che un matrimonio può anche finire, però non sono ancora in grado rinunciare alla benedizione della Chiesa? Forse le violenze sono sempre esistite, ma oggi
le donne hanno il coraggio di denunciare perché più autonome economicamente, meno legate al “chissà che dice la gente” e maggiormente assistite da associazioni ed Istituzioni? Certo è che mai avrei immaginato che l’Umbria, poco meno di un milione di abitanti, tanti piccoli comuni, tanta brava gente, sarebbe riuscita nel primato per nulla invidiabile di essere sopra a regioni popolate da milioni di persone nella violenza. Le donne sono probabilmente sempre l’anello debole in rapporto, ma il fatto che non ci sia rispetto per il loro corpo e per la loro integrità fisica, psicologica ed anche economica (nel caso dell’annullamento del matrimonio) mi rimane ancora impossibile da accettare. Non voglio addentrarmi in considerazioni politiche o giudizi morali,
sarebbe molto facile analizzare il comportamento della Chiesa in merito e premiare le Istituzioni dall’altro per aver favorito lo sviluppo di enti a favore delle donne e delle pari opportunità; voglio, invece, solo dire che lo
sviluppo ci ha portato dei vantaggi, ma anche delle profonde delusioni. Ho scritto queste poche righe per dire che io ricordo quella fotografia con affetto, piena di colori dove il rosso delle bandiere era al fianco del bianco delle candele, dove le donne erano purtroppo solo madri di famiglia e donne di casa, ma dove il rispetto per ogni essere umano era al primo posto nella scala dei valori.
CLAUDIA BASTIANELLI
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lunedì 14 febbraio 2011
REATI. NON PECCATI.
E' quello che avrei voluto sentire levarsi forte e chiaro dalla piazza di Roma e delle altre città italiane. E invece niente. E invece abbiamo ascoltato l'autorevole suora o la nota attrice, ma nessuna che abbia detto con chiarezza: "L'autodeterminazione della donna non è in discussione. L'autodeterminazione non è un elastico che può essere tirato solo quando fa comodo. O c'è o non c'è. E per ogni persona, c'è. E vale per la donna che decide di abortire, come per quella che invece di fare la cameriera preferisce viaggiare su un Cayenne, parcheggiato all'Olgettina. Noi oggi siamo qui perché non siamo d'accordo sui criteri di selezione della classe dirigente di questo Paese, che prevede che solo chi fa parte di certi entourage possa accedere alle cariche pubbliche, alla faccia della preparazione e del merito. Noi siamo qui perchè vogliamo che i partiti diventino luoghi democratici, con regole chiare e trasparenti, in ossequio al dettato costituzionale. Noi siamo qui perché rivendichiamo il nostro diritto ad essere pienamente responsabili di noi stesse e delle nostre scelte, qualsiasi esse siano; perché non intendiamo più essere gregarie di nessuno, tantomeno di quegli uomini che magari oggi sfilano con noi e ci appoggiano, tranquilli del fatto che, una volta finita questa manifestazione, tutto tornerà come prima, perché nessun attentato è stato realizzato al loro potere, nessun tema di fondo è stato aggredito. Noi siamo qui perché rivendichiamo il diritto/dovere di intervenire su tutti gli argomenti che riguardano questo Paese, e non solo su quelli de "il corpo delle donne".
Certo, quando c'è di mezzo "il corpo delle donne", il discorso si fa delicato. Ma quello riguarda molto più la tratta, la riduzione in schiavitù o certe immagini pubblicitarie e meno, molto meno la logica sottesa ad un cosiddetto stile di vita del "lavoro-guadagno-pago-pretendo", che prevede che un vecchio ricco ultrasettantenne si contorni di giovani donne e giovanissime per riempire il proprio tempo ludico. Di questo ne sono personalmente disgustata, ma non lo giudico moralmente. Come non giudico le decine e decine di coppie scambiste o le studentesse e casalinghe che numerose oggi in Italia si prostituiscono per libera scelta. Per farla breve, non sono affatto interessata ai costumi sessuali di nessuno, al di fuori dei miei e di quelli dei miei eventuali partner. E siccome ho introiettato i valori un po' ottocenteschi del decoro, della decenza e della riservatezza, rimango inorridita quando dei propri costumi sessuali se ne fa pubblico uso e quando pubblicamente questi vengano usati. Anzi, mi sembra davvero una violenza inaccettabile. Mi auguro dunque che, qualora veramente esistano foto intime del "premier", queste non vengano mai pubblicate. Mi sentirei a disagio per il suo disagio, esattamente come mi ci sento quando osservo in televisione alcune esibizioni che offendono palesemente il mio senso della dignità della persona. In quelle circostanze cambio canale o osservo per cercare di capire in che mondo vivo. Ma senza giudicare la libera scelta di giovani e belle donne che liberamente usano il proprio corpo e decidono di entrare in un meccanismo che, per definizione, le usa per come appaiono e non per quello che "sono". Di solito, di fronte a tutte queste manifestazioni e a molte altre infinitamente più pornografiche (la faccia di Signorini mentre intervistava Ruby, ad esempio), penso che anche per il mondo dello spettacolo potrebbero esserci regole che rimandano alla capacità artistica, così come per il mondo della politica dovrebbero esserci regole che rimandano alla costituzione. Ma quello che mi rende davvero spaesata in questa melassa che mischia tutto senza mettere a fuoco niente è l'inevitabile ricorso ai valori cattolici: in questa Italia secolarizzata, e non da oggi, l'opposizione perde ogni occasione per evitare di scandalizzarsi moralisticamente e di "chiedere permesso" alla Chiesa per alzare la voce, preferendo questo ad una chiara affermazione laica del dovere di perseguire reati e non giudicare i peccati.
MARIA SQUARCIONE
Certo, quando c'è di mezzo "il corpo delle donne", il discorso si fa delicato. Ma quello riguarda molto più la tratta, la riduzione in schiavitù o certe immagini pubblicitarie e meno, molto meno la logica sottesa ad un cosiddetto stile di vita del "lavoro-guadagno-pago-pretendo", che prevede che un vecchio ricco ultrasettantenne si contorni di giovani donne e giovanissime per riempire il proprio tempo ludico. Di questo ne sono personalmente disgustata, ma non lo giudico moralmente. Come non giudico le decine e decine di coppie scambiste o le studentesse e casalinghe che numerose oggi in Italia si prostituiscono per libera scelta. Per farla breve, non sono affatto interessata ai costumi sessuali di nessuno, al di fuori dei miei e di quelli dei miei eventuali partner. E siccome ho introiettato i valori un po' ottocenteschi del decoro, della decenza e della riservatezza, rimango inorridita quando dei propri costumi sessuali se ne fa pubblico uso e quando pubblicamente questi vengano usati. Anzi, mi sembra davvero una violenza inaccettabile. Mi auguro dunque che, qualora veramente esistano foto intime del "premier", queste non vengano mai pubblicate. Mi sentirei a disagio per il suo disagio, esattamente come mi ci sento quando osservo in televisione alcune esibizioni che offendono palesemente il mio senso della dignità della persona. In quelle circostanze cambio canale o osservo per cercare di capire in che mondo vivo. Ma senza giudicare la libera scelta di giovani e belle donne che liberamente usano il proprio corpo e decidono di entrare in un meccanismo che, per definizione, le usa per come appaiono e non per quello che "sono". Di solito, di fronte a tutte queste manifestazioni e a molte altre infinitamente più pornografiche (la faccia di Signorini mentre intervistava Ruby, ad esempio), penso che anche per il mondo dello spettacolo potrebbero esserci regole che rimandano alla capacità artistica, così come per il mondo della politica dovrebbero esserci regole che rimandano alla costituzione. Ma quello che mi rende davvero spaesata in questa melassa che mischia tutto senza mettere a fuoco niente è l'inevitabile ricorso ai valori cattolici: in questa Italia secolarizzata, e non da oggi, l'opposizione perde ogni occasione per evitare di scandalizzarsi moralisticamente e di "chiedere permesso" alla Chiesa per alzare la voce, preferendo questo ad una chiara affermazione laica del dovere di perseguire reati e non giudicare i peccati.
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domenica 13 febbraio 2011
TRE GHINEE
“Se non ora, quando?” è il titolo della manifestazione che porterà oggi nelle piazze italiane migliaia di donne e uomini a difendere e promuovere l’immagine, il valore e la dignità delle donne in un Paese dove sempre più spesso la rappresentazione del mondo femminile è offensiva e lesiva del contributo che le donne hanno dato e continuano a dare alla crescita della società.
Anche solo parlando della storia d’Italia sono state davvero tante le donne che hanno attraversato la storia spesso in silenzio, che hanno affermato idee, conquistato diritti e combattuto pregiudizi per raggiungere quell’emancipazione politica, economica e giuridica che conosciamo. Lo hanno fatto con determinazione dentro i movimenti e i partiti portando avanti le migliori idee della tradizione laica e cattolica. L’hanno fatto in tante, con sacrificio e senso del dovere anche durante le due guerre del secolo scorso.
Oggi i passaggi di un’emancipazione conquistata con fatica, impegno e lavoro hanno portato tante a svolgere ruoli di rilievo nella società con competenza e professionalità, tantissime al lavoro dentro la famiglia o nelle imprese con la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare perché sempre più donne possano godere dei propri diritti.
Tutto ciò non può essere cancellato da modelli e comportamenti sempre più diffusi da giornali, tv, pubblicità e politica. La rappresentazione che si sta dando delle donne come puro oggetto di scambio sessuale non è quella vera, non quella che vogliamo trasmettere ai nostri giovani se pensiamo al futuro della nostra società con rispetto e come luogo in cui la coesione sociale, la coscienza civile e la crescita siano i principi fondanti.
Tanti anni fa, la scrittrice Virginia Woolf utilizzò la metafora delle tre ghinee per lamentare la povertà della condizione femminile ai suoi tempi, quando le donne non avevano nemmeno pochi spiccioli da spendere per autodeterminare la loro vita, nonostante la coscienza delle loro potenzialità. Quelle tre luccicanti ghinee dell’istruzione, dell’accesso alle professioni, della prevenzione delle guerre, nel nostro Paese come in tanti altri le abbiamo conquistate e da allora le donne sono cresciute, molte di noi hanno scelto di fare politica convinte che il modo migliore per vivere i sogni sia quello di provare a realizzarli, attraverso una politica etica perché pensata nell’interesse della collettività. Non permetteremo quella barbara semplificazione dell’immagine femminile che qualcuno sta tentando di radicare nella società italiana!
Per questo le donne e gli uomini socialisti saranno oggi nelle piazze italiane a difendere non solo la dignità delle donne, la loro storia, ma anche il futuro del Paese.
RITA CINTI LUCIANI
Anche solo parlando della storia d’Italia sono state davvero tante le donne che hanno attraversato la storia spesso in silenzio, che hanno affermato idee, conquistato diritti e combattuto pregiudizi per raggiungere quell’emancipazione politica, economica e giuridica che conosciamo. Lo hanno fatto con determinazione dentro i movimenti e i partiti portando avanti le migliori idee della tradizione laica e cattolica. L’hanno fatto in tante, con sacrificio e senso del dovere anche durante le due guerre del secolo scorso.
Oggi i passaggi di un’emancipazione conquistata con fatica, impegno e lavoro hanno portato tante a svolgere ruoli di rilievo nella società con competenza e professionalità, tantissime al lavoro dentro la famiglia o nelle imprese con la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare perché sempre più donne possano godere dei propri diritti.
Tutto ciò non può essere cancellato da modelli e comportamenti sempre più diffusi da giornali, tv, pubblicità e politica. La rappresentazione che si sta dando delle donne come puro oggetto di scambio sessuale non è quella vera, non quella che vogliamo trasmettere ai nostri giovani se pensiamo al futuro della nostra società con rispetto e come luogo in cui la coesione sociale, la coscienza civile e la crescita siano i principi fondanti.
Tanti anni fa, la scrittrice Virginia Woolf utilizzò la metafora delle tre ghinee per lamentare la povertà della condizione femminile ai suoi tempi, quando le donne non avevano nemmeno pochi spiccioli da spendere per autodeterminare la loro vita, nonostante la coscienza delle loro potenzialità. Quelle tre luccicanti ghinee dell’istruzione, dell’accesso alle professioni, della prevenzione delle guerre, nel nostro Paese come in tanti altri le abbiamo conquistate e da allora le donne sono cresciute, molte di noi hanno scelto di fare politica convinte che il modo migliore per vivere i sogni sia quello di provare a realizzarli, attraverso una politica etica perché pensata nell’interesse della collettività. Non permetteremo quella barbara semplificazione dell’immagine femminile che qualcuno sta tentando di radicare nella società italiana!
Per questo le donne e gli uomini socialisti saranno oggi nelle piazze italiane a difendere non solo la dignità delle donne, la loro storia, ma anche il futuro del Paese.
RITA CINTI LUCIANI
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giovedì 10 febbraio 2011
DONNE DAVVERO GRANDI
Nel 1968 mia madre “scendeva” in piazza invocando la libertà e la parità di diritti per le donne credendo, ed in parte è stato così, di vincere una battaglia anche per me, che dovevo ancora nascere.
Oggi, dopo più di quarant’anni, in piazza vado io a manifestare per una parità che, purtroppo, è stata solo in parte raggiunta.
Ho cambiato l’immagine del mio profilo di Facebook con quello di Anna Kuliscioff, cito nei miei interventi Matilde di Canossa, Marie Curie, Maria Montessori, Rita Levi Montalcini, Elsa Morante, Rosa Parks, Oriana Fallaci e molte altre ancora … perché oggi, nel 2011, c’è ancora bisogno di ricordare che di Grandi Donne ne sono esistite e che le Donne possono essere davvero Grandi.
In un tempo in cui “dovrebbero” contare maggiormente qualità e competenze, mi ritrovo a dover difendere i talenti, le idee e l’impegno di tante donne.
Non è una questione di femminismo, ma un problema di dignità, di parità, di opportunità che vanno non solo tutelate, ma garantite.
“Scenderò” in piazza domenica in nome di una società civile e moderna che veda uomini e donne costruire insieme una democrazia vera e al mio fianco ci sarà mia madre!
RITA MORICONI
Oggi, dopo più di quarant’anni, in piazza vado io a manifestare per una parità che, purtroppo, è stata solo in parte raggiunta.
Ho cambiato l’immagine del mio profilo di Facebook con quello di Anna Kuliscioff, cito nei miei interventi Matilde di Canossa, Marie Curie, Maria Montessori, Rita Levi Montalcini, Elsa Morante, Rosa Parks, Oriana Fallaci e molte altre ancora … perché oggi, nel 2011, c’è ancora bisogno di ricordare che di Grandi Donne ne sono esistite e che le Donne possono essere davvero Grandi.
In un tempo in cui “dovrebbero” contare maggiormente qualità e competenze, mi ritrovo a dover difendere i talenti, le idee e l’impegno di tante donne.
Non è una questione di femminismo, ma un problema di dignità, di parità, di opportunità che vanno non solo tutelate, ma garantite.
“Scenderò” in piazza domenica in nome di una società civile e moderna che veda uomini e donne costruire insieme una democrazia vera e al mio fianco ci sarà mia madre!
RITA MORICONI
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