Lo stupro che, il 15 ottobre 2011, Roma ha subito per mano di poche migliaia di teppisti, peraltro organizzati quasi militarmente che hanno certamente attuato un piano strategico studiato nei minimi dettagli, fatte le debite proporzioni, rimanda la memoria all'anno di grazia 1527, allorché la città eterna fu invasa dai Lanzichenecchi, i mercenari tedeschi che la misero a ferro e fuoco.
Al di la delle evidenti differenze non può sfuggire il fatto che oggi come allora l'orda distruttrice era attesa e temuta: e oggi come allora, la città è stata lasciata praticamente indifesa, allora alla mercé dei mercenari luterani antipapisti assetati di sangue, oggi a non più di qualche migliaio di giovinastri anarcoidi e delinquenti che coltivano il culto della distruzione di tutto ciò che gli capita a tiro, come scelta di vita.
Al netto di facili dietrologie nelle quali si esercitano coloro i quali ammorbano con le loro analisi il panorama dei commenti del giorno dopo, delle inevitabili strumentalizzazioni politiche (o pseudotali) che ne seguono, appare utile sottolineare pochi aspetti che sono la cornice entro la quale è maturata la guerriglia urbana.
1) Si poteva prevenire un simile scempio? La risposta è si, si poteva e si doveva evitare se solo agli indignati fosse stato imposto di organizzare un servizio d'ordine all'altezza della situazione.
Non è pensabile consentire una manifestazione con decine di migliaia di persone senza che gli organizzatori attivino un minimo di filtro e di controllo sui partecipanti. Tutto invece è stato lasciato all'improvvisazione e nei giorni precedenti non è sfuggito a chi ha guardato anche distrattamente i servizi trasmessi da tutte le televisioni, che nei punti di concentramento degli indignati sparsi per la città, si aggiravano ceffi che con i loro atteggiamenti lasciavano presagire che almeno una parte dei manifestanti nel corso del corteo del 15 ottobre avrebbero sicuramente alzato pericolosamente i toni e le modalità della protesta.
L'osservazione vale per gli organizzatori (ingenui? Distratti?) ma anche per chi istituzionalmente avrebbe dovuto attuare un piano preventivo straordinario mediante controlli che andassero ben oltre la routine.
Inevitabile dunque che le forze dell'ordine schierate in l'occasione del corteo siano divenute come le poche migliaia di svizzeri a cui fu affidato il compito di difendere Roma dai Lanzichenecchi.
2) E' ora di finirla di far finta di non sapere da dove provengono i nuovi Lanzi: va detto chiaro e forte che i centri sociali in cui si raduna la feccia della peggiore gioventù sono i luoghi in cui si alimenta il culto della distruzione nichilista e che a Roma, come altrove, a costoro danno man forte i gruppi di ultras sedicenti tifosi organizzati paramilitarmente, felici di utilizzare qualsiasi evento di massa per dar sfogo alle loro pulsioni criminali che restano quasi sempre impunite.
Siamo in presenza di bande dedite alla violenza, all'intimidazione eletta a pratica quotidiana e la politica, di destra o di sinistra, non c'entra un bel nulla.
3) Occorre che certa stampa e taluni osservatori ed analisti ne prendano atto e smettano di girare la testa dall'altra parte, tentando maldestramente di ridimensionare la gravità di quanto avvenuto o addirittura di abbozzare una qualche giustificazione subliminale, come ha fatto Il Manifesto, che all'indomani dei tumulti relega alla terza riga del catenaccio in prima pagina quella che, piaccia o no, era la notizia del giorno o come ha fatto la stampa della destra che addossa supposte responsabilità politiche all'opposizione al solo scopo di distrarre l'attenzione dai disastri di questo governo.
Valga per tutti l'esempio dell'Unità che ha pubblicato in prima pagina l' agghiacciante immagine di un giovane intento a lanciare un estintore contro le forze dell'ordine.
Lo stesso gesto che stava compiendo Carlo Giuliani a Genova, dieci anni fa, prima di essere colpito a morte.
Un' evento drammatico che fu oggetto di non poche strumentalizzazioni, a destra come purtroppo a sinistra, culminate, come spesso avviene solo in Italia, con l'elevazione del ragazzo a icona del movimento antagonista e della madre a senatrice della repubblica, neanche a dirlo, per Rifondazione comunista.
Di simili icone è auspicabile che, dopo il 15 ottobre 2011, finalmente, a cominciare dagli indignati, nessuno avverta più la necessità.
EP
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domenica 16 ottobre 2011
domenica 24 luglio 2011
ANNI SPEZZATI
Da venerdì 22 luglio la Norvegia, nazione nella quale annualmente si assegna il Premio Nobel per la pace, patria di Henrik Ibsen uno dei padri della moderna drammaturgia caratterizzata da un forte impegno sociale, ha cessato di rappresentare l'archetipo di nazione all'avanguardia nella convivenza civile. Da venerdì 22 luglio la terra dei fiordi è precipitata in un incubo biblico.
La strage degli innocenti dell'isola di Utoya (i ragazzi morti ad oggi sono 85 ma il bilancio tra dispersi e feriti in condizioni disperate è destinato a salire) ci consegna una nazione investita da un' onda di morte di dimensioni impressionanti per le modalità con cui si è palesata, per la feroce e disumana determinazione dell'attore principale, soprattutto perchè la tragedia ha aperto il vaso di Pandora della psueudocultura del razzismo e della xenofobia intollerante e criminale che alligna soprattutto nel nord Europa, in alcune tra le nazioni a più alto tasso di benessere economico e sociale, generando un mostro del quale la vecchia Europa sembra non accorgersi.
Sono emersi in tutta la loro grottesca pochezza il provincialismo la sconcertante inconsapevolezza che molti tra gli osservatori e politici nostrani hanno dimostrato nelle ore successive alla strage, improvvisando analisi del tutto sbagliate, fuorvianti e stravaganti. E' sufficiente scorrere una rassegna stampa nazionale di ieri per rendersi conto di quanto pochi siano coloro che hanno interpretato con consapevole lucidità i tragici fatti di Oslo. Ci voleva davvero poco per capire che Jihad islamica non c'entra un bel nulla e che la tragedia norvegese è domestica e ha avuto per protagonista un epigono, non è dato di capire quanto consapevole, di quel Vidkun Quisling, fervente nazista, che, nel 1942, rovesciando il legittimo governo socialdemocratico, favorì l'occupazione tedesca della Norvegia che divenne nei fatti la più ortodossa nazione scandinava al servizio di Adolf Hitler. L'attacco, di evidente stampo neonazista, preordinato e organizzato con scrupolo, è stato portato contro il Premier Jens Stoltenberg, leader socialista in possesso di un limpido profilo riformista e progressista e contro il suo partito, contro i ragazzi del movimento giovanile laburista che trascorrevano tra impegno e svago le loro vacanze nel Summer Camp.Stoltenberg ha ragione: i giovani socialisti norvegesi sono eroi, non fosse altro perchè le loro vite sono state spezzate mentre nutrivano la loro passione politica pacificamente e allegramente, a differenza dello sventurato Carlo Giuliani, il cui decennale della morte violenta a Genova è stato celebrato proprio ieri, che la sua passione la coltivava in ben altri modi e che, spiace sottolinearlo, oggi, di fronte al sacrificio dei giovani norvegesi, appare come un marziano.
Ieri, 23 luglio, droga e alcol hanno spezzato la giovane vita di Amy Winehouse, icona della musica pop, che i media già hanno collocato nel Pantheon degli artisti maledetti, da Janis Joplin a Kurt Cobain. Una morte annunciata e (forse) anche cercata. I ragazzi di Utoya non cercavano certo la morte: al contrario intepretavano attraverso l'impegno politico la gioia di vivere e la passione per i valori della libertà e della giustizia e i loro anni spezzati ci parlano di una tragedia che merita ben maggiore rispetto perchè le morti dei giovani, ingiuste per definizione, purtroppo non sono tutte uguali.
EP
La strage degli innocenti dell'isola di Utoya (i ragazzi morti ad oggi sono 85 ma il bilancio tra dispersi e feriti in condizioni disperate è destinato a salire) ci consegna una nazione investita da un' onda di morte di dimensioni impressionanti per le modalità con cui si è palesata, per la feroce e disumana determinazione dell'attore principale, soprattutto perchè la tragedia ha aperto il vaso di Pandora della psueudocultura del razzismo e della xenofobia intollerante e criminale che alligna soprattutto nel nord Europa, in alcune tra le nazioni a più alto tasso di benessere economico e sociale, generando un mostro del quale la vecchia Europa sembra non accorgersi.
Sono emersi in tutta la loro grottesca pochezza il provincialismo la sconcertante inconsapevolezza che molti tra gli osservatori e politici nostrani hanno dimostrato nelle ore successive alla strage, improvvisando analisi del tutto sbagliate, fuorvianti e stravaganti. E' sufficiente scorrere una rassegna stampa nazionale di ieri per rendersi conto di quanto pochi siano coloro che hanno interpretato con consapevole lucidità i tragici fatti di Oslo. Ci voleva davvero poco per capire che Jihad islamica non c'entra un bel nulla e che la tragedia norvegese è domestica e ha avuto per protagonista un epigono, non è dato di capire quanto consapevole, di quel Vidkun Quisling, fervente nazista, che, nel 1942, rovesciando il legittimo governo socialdemocratico, favorì l'occupazione tedesca della Norvegia che divenne nei fatti la più ortodossa nazione scandinava al servizio di Adolf Hitler. L'attacco, di evidente stampo neonazista, preordinato e organizzato con scrupolo, è stato portato contro il Premier Jens Stoltenberg, leader socialista in possesso di un limpido profilo riformista e progressista e contro il suo partito, contro i ragazzi del movimento giovanile laburista che trascorrevano tra impegno e svago le loro vacanze nel Summer Camp.Stoltenberg ha ragione: i giovani socialisti norvegesi sono eroi, non fosse altro perchè le loro vite sono state spezzate mentre nutrivano la loro passione politica pacificamente e allegramente, a differenza dello sventurato Carlo Giuliani, il cui decennale della morte violenta a Genova è stato celebrato proprio ieri, che la sua passione la coltivava in ben altri modi e che, spiace sottolinearlo, oggi, di fronte al sacrificio dei giovani norvegesi, appare come un marziano.
Ieri, 23 luglio, droga e alcol hanno spezzato la giovane vita di Amy Winehouse, icona della musica pop, che i media già hanno collocato nel Pantheon degli artisti maledetti, da Janis Joplin a Kurt Cobain. Una morte annunciata e (forse) anche cercata. I ragazzi di Utoya non cercavano certo la morte: al contrario intepretavano attraverso l'impegno politico la gioia di vivere e la passione per i valori della libertà e della giustizia e i loro anni spezzati ci parlano di una tragedia che merita ben maggiore rispetto perchè le morti dei giovani, ingiuste per definizione, purtroppo non sono tutte uguali.
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