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martedì 8 novembre 2011

BRUNETTA (DEI RICCHIE POVERI)

C'era una volta un comico pugliese che spesso evocava la brunetta dei Ricchi e Poveri. Era una delle due donne (l'altra era bionda, più alta e più belloccia). La brunetta non se la filava nessuno e cantava con il tono della voce più alto e un tantino sgraziato. Anche per far notare la sua presenza. Oggi pare sia diventata ministro. Forse un pò diminuita di
statura (per via dell'età, può capitare). Ma il Brunetta con gli occhi stralunati, il capello più fluente, il cipiglio più virile, l'irruenza sempre più incontrollabile, afflosciato nella poltrona di Porta a Porta di ieri sera, mi ha proprio dato l'impressione di un vecchio cantante alla deriva, inacidito come una vecchia zia, che non se la fila più nessuno e se la prende con tutti. Avrà anche avuto delle ragioni (che so, la storia dello scalone io la condivido), ma anche le ragioni ieri sera si trasformavano in torti, tanto erano puntigliosamente arrugginite da un tono inutilmente accidioso e agguerrito. Possibile che dentro il Pdl ci siano personaggi (da Brunetta alla Bernini) che non hanno ancora capito che il tempo della trincea è finito? E come un cantante non sa che deve cambiare timbro se passa da una canzone d'amore a una di morte,
così anche un uomo politico che non comprende che il tempo dei lunghi coltelli è archiviato, rischia il ridicolo. E dal loggione è naturale che poi piovano risate grasse, anzichè lacrime nel punto più commovente e struggente della musica. Lo porteranno via dalla scena Brunetta, mentre si agiterà ancora con le gambine che si attorcigliano tra urla e schiamazzi. E ritornerà tra i ricchi e i poveri davvero.

MAURO DL BUE

domenica 28 agosto 2011

QUELLI CHE...(di Del Bue-Jannacci)

"Quelli che vorrebbero tagliare le pensioni ed evitare il contributo di solidarietà ai ricchi perchè è più liberale, quelli che vorrebbero abolire le provincie... degli altri, oh ieh. Quelli che vorrebbero far pagare le tasse a tutti, ma se in un ristorante gli fanno il conto su un foglietto ringraziano, sorridono, poi vanno via convinti di aver pagato di meno, oh ieh. Quelli che "come dice Bossi", oh, ieh, "non mi rompete i coglioni", oh ieh. Quelli che vorrebbero vendere tutto lo stato ai privati, quelli che vorrebbero vendere solo le spiaggie, quelli che sono in spiaggia, oh ieh. Quelli che vorrebbero far pagare qualcosa anche al Vaticano, oh ieh, quelli che il Vaticano non si tocca, oh ieh. Quelli che vorrebbero abolire i comuni di 23 abitanti però se loro sono tra i 23 protestano perchè non si può abolire la democrazia. Quelli che... 1000 parlamentari sono troppi, che ne vorrebbero solo la metà, oh ieh. E quelli che vorrebbero continuare a fare i parlamentari e se ne resta solo la metà non sanno come fare, oh ieh. Quelli che quando Bossi cade in casa perdono ogni equlibrio, quelli che sono sempre stati senza equilibrio e se scioperano i calciatori e non vedono l'Inter o il Milan vanno a casa e picchiano i figli, oh ieh. Quelli che credono che Berlusconi sia Gesù Bambino da vecchio, oh ieh. Quelli che pensano che Di Pietro sia San Pietro e quelli che credono ai santi perchè Di Pietro è diventato un politico, quelli che quando parla Bersani pensano a Crozza, quelli che quando parla Tremonti pensano a Guzzanti, quelli che quando parla Di Pietro pensano al maestro Manzi, oh ieh. E quelli come noi, che non contano più un cazzo, e che pensano che da vent'anni in Italia non se n'è indovinata neanche una.... "

domenica 31 luglio 2011

PECCATORI

Rosy Bindi a una manifestazione
del Popolo viola
La Rosy, che Formica chiama abusivamante “la guardiana della rivoluzione” (avevano ben altro spessore, costoro), ne ha detta un’altra delle sue contro i socialisti. Dopo avere affermato che Berlusconi è il degno erede di Craxi, adesso la Bindi (che non è parente di Umberto, grande cantautore genovese degli anni sessanta) sostiene che il sen. Tedesco “è un peccatore, perchè è un ex socialista”. Intendiamoci, Tedesco non avrebbe peccato perchè è un ex, ma perchè era un socialista. Dunque per “Rosy, rosarum, rosis” l’etnia socialista è geneticamente composta di peccatori. Questa visione razzista, che fa risalire a una tradizione politica una sorta di peccato originale, è tipica dei regimi fascisti e nazisti. I socialisti come gli ebrei, dunque? E chiunque sia nato da quella razza è peccatore. Secondo la Rosy, cattolica, è poi chiaro che i peccatori debbano essere puniti e che meritino la condanna. Il solo peccato d’esser stati, o a maggior ragione d’essere ancor oggi, socialisti, vale la settima bolgia dantesca dell’Inferno. La Bindi è presidente del Pd. Questo è anche il parere del segretario Bersani? Perchè se è così non si capisce cosa ci debban fare i socialisti nell’alleanza di sinistra. Il Pd intende allearsi coi peccatori? La Bindi si scusi di fronte a tutti i socialisti che non sono mai stati raggiunti da alcun procedimento giudiziario al contrario di tanti esponenti del Pd. E anche con coloro che dopo un processo e una gogna giudizaria sono stati assolti. E Bersani dica cosa ne pensa dei nostri “peccati”. E lo dica con chiarezza, ora. Perchè di quelli del Pd e della stessa Bindi sono pieni anche oggi i giornali.
MAURO DEL BUE


giovedì 28 luglio 2011

LE ROSE DI OSLO

Un mare di rose alzate a Oslo in segno di orgoglio per una storia e per un’identità che un ”mostro” ha colpito a morte. Il segno di un partito che non molla, ma crede nei suoi valori e combatte per affermarli. La rosa socialista europea che ci accomuna, ma che purtroppo non accomuna altro che noi in Italia. Mi chiedo. Quell’effluvio di rose dopo una strage di giovani, così crudele e tragica, che significato ha? E poi mi domando anche: in Italia sarebbe successo (con la rosa o con qualsiasi altro simbolo)? Il significato è nelle parole stesse di Stoltenberg. Dopo il masssacro il premier norvegese ha ribadito la sua fiducia nella società aperta e non ha mancato di richiamare la sua fede negli ideali del suo partito e del suo governo. Ideali che hanno una storia e un minimo comun denominatore europeo. Il milione di giovani in piazza questo hanno testimoniato. Non ci sarà mai strage capace di farci cambiare le nostre idee di solidarietà, di libertà, di giustizia. Sarebbe avvenuto in Italia? Non credo. E non solo perchè le stragi (in Italia un episodio simile a quello di Oslo non si è mai per fortuna verificato, anche se le stragi sono state assai più numerose di quelle degli altri paesi europei) o anche un singolo episodio di violenza portano in genere i leader politici a inseguire gli umori della piazza, e questa è caratteristica solo italiana. Ogni volta che dobbiamo piangere una vittima italiana in una missione di pace vorremmo infatti richiamare in patria i nostri soldati. Ogni volta che assistiamo a un episodio di sangue vogliamo un colpevole pur che sia e magari chiediamo la pena di morte. Ogni volta che un presunto colpevole viene incarcerato assistiamo a stupide e grottesche resse di cittadini che vorrebbero la gogna. Lo stile di Oslo e quelle rose non c’entrano purtroppo con l’Italia, anche per un altro motivo. In Italia non si alza il simbolo di una storia perchè i partiti attuali sono tutti senza storia. Non si alza il simbolo di una identità perchè i partiti sono tutti senza identità. Possono alzare solo la loro impotenza a suscitare un minimo sentimento di appartenenza. Quale orgoglio per una storia e per una identità per partiti senza storia e senza identità? L’Italia è lontana dallo stile, ma anche dalle rose, di Oslo.

MAURO DEL BUE

domenica 26 giugno 2011

NEC TECUM NEC SINE VIVERE POSSUM

Era evidente una cosa. La fine di Berlusconi si sarebbe portata con sè anchE la fine di Di Pietro. I due sono stati legati indissolubilmente l'uno all'altro. Di Pietro è il genitore di Berlusconi. Senza la sua Mani pulite ci sarebbero stati ancora Craxi e Andreotti, magari con Martinazzoli, Tabacci, e La Malfa figlio. Ma certamente Berlusconi non sarebbe sceso in politica. Quel che Di Pietro ha distrutto Berlusconi ha tentato di ricostruire. In questi anni Di Pietro ha svolto il ruolo del Torquemada antiberlusconiano per eccellenza. Ma come, io distriggo e tu ricostruisci? E' tutto qui il conflittto. Così un uomo tradizionalmente di destra (della Dc andreottiana, lo ha ricordato anche recentemete l'uomo di Tangentopoli) ha ricoperto una funzione innaturalemente estremista che si è poi dilatata in molti campi, dalla Fiat, alla Libia, al nucleare, all'acqua pubblica. Ma adesso, si dev'essere chiesto opportunamente Di Pietro, adesso che Berlusconi appare sul viale del tramonto, io come faccio a sopravvivere? Catullianamente dev'essersi interrogato: "Nec tecum nec sine te vivere possum?". E ha cambiato linea. Battuto Berlusconi dove andiamo a finire con Vendola e Bindi? C'è bisogno di un forte centro nel centro-sinistra (oltre tutto senza Casini il centro non ci sarebbe neanche più) e voilà, eccco il nuvo Tonino che sembra uno di quelli appena usciti da un campo di rieducazione cambogiano. Dice esattamente il contrario di quel che aveva sostenuto prima. E ci sarebbe anche da dargli ragione, perchè le cose che dice oggi sono tutte giuste. Ma se poi rientra nel campo di rieducazione ed esce quello di prima?

MAURO DEL BUE

giovedì 23 giugno 2011

BIS-IGNANI

Non gliene andava bene una. Sembrava l’Erodiani, quello del calcioscommesse. Quando Bisignani ti dava un consiglio, finiva male. Disse alla Santanchè nel 2008 di andare con Storace, che sarebbe stata la sua fortuna. E’ finita come sappiamo con La Destra fuori dal Parlamento. Sponsorizzò Papa per un posto di sottosegretario che non si nega nemmeno a Catone, e invece niente. Volle sincerarsi dall’amico Ronchi che non sarebbe nato un governo Tremonti e Ronchi lo rassicurò: ”O il Berlusconi bis o le urne”. E infatti restò il Berlusconi uno. Superbo anche il consiglio a Mauro Masi: “Manda via Santoro o dimetitti dalla Rai”. Restarono entrambi per mesi. Ma il capolavoro massimo è la nomina della Santanchè a sottosegretario. Commenta Briatore, che dovrebbe essere amicissimo della guerrigliera di Arcore: “Quel che mi fa strano è che il presidente l’ha messa lì”. E Bisignani confessa che ce l’ha messa lui. Pronta per l’uso delle dèbacles milanese e napoletane. Dopo questi ottimi risultati bisognerebbe anche porre uno sbarramento ai mandati di Bisignani. Non più di due legislature. Bis-ignani e poi a casa.

MAURO DEL BUE

lunedì 13 giugno 2011

BERLUSCONI KO

E’ l’unico dato certo. L’immagine del presidente del Consiglio, unita alle gravi deficienze del suo governo, sono alla base del risultato referendario, che viene dopo la doppia batosta di Milano e di Napoli. Si può ritenere che il disastro di Fukushima (con tanto di appelli di uomini di cultura e di spettacolo, qualcuno anche davvero fuori luogo e fuori tono) abbia influito alla partecipazione e cosi i due referendum sull’acqua pubblica, senza aggravi sulle tariffe. Vedremo dopo questi ultimi due referendum quali saranno le conseguenze pratiche. Mentre per il nucleare è evidente che l’Italia ha scelto di farne a meno, così come per i legittimi impedimenti e tutte le leggi “ad personam” che Berlusconi ci ha propinato in questi anni, senza mai fare una vera riforma della giustizia. Ma a me pare evidente il carattere eminentemente politico di questi referendum, così come quello delle elezioni di Milano e Napoli. C’è ormai nel paese una maggioraza di persone che è stanca di Berlusconi, delle sue continue esibizioni da uomo ricco mentre il paese è in ginocchio, delle sue crociate contro le televisioni da uomo proprietario di televisioni, delle sue promesse da marinaio sui principali problemi del paese. Ciò è chiaro e non è neanche tanto originale. In tutta Europa i governi sono in crisi e le opposizioni vincono. L’Italia berlusconiana faceva eccezione e adesso non la fa più. Ma qui, oltre alla mancata fiducia nel governo è molto più forte che altrove, adesso, la stanchezza e la delusione per i comportamenti del leader del governo, per la sua persona. E’ vero, gli italiani sono abituati a dare la maggioranza alle opposizioni dal 1994 ad oggi. E’ sempre avvenuto che i governi perdano le elezioni politiche successive. Così a me pare che il problema per la coalizione di centro-sinistra (e uso volutametne questo termine) non dovrebbe oggi solo essere quello di vincere le elezioni, cosa a mio avviso ormai abbastanza scontata (le può perdere solo con una serie di autogol a getto continuo), ma è quello di assicurare un governo che duri e che governi, che affronti i grandi problemi italiani: quello della crescita che non c’è, delle giovani generazioni senza lavoro, di un fisco ingiusto molto pagato dai meno e troppo evaso dai più, dello Stato che non funziona e rispetto alla riforma del quale ogni manifestazione di federalismo che aumenti le spese e le tasse non risolve, ma aggrava, il problema. E altro ancora. Per fare tuto questo non basta a mio avviso un coalizione capace di vincere mettendo insieme più o meno tutti gli antiberlusconiani e ancor meno la sola sinistra cosiddetta radicale con quella riformista. E’ troppo caldo ancora il fallimento del governo Prodi. Il centro-sinistra festeggi perchè ne ha diritto, ma rifletta sulla politica e sui nuovi compiti che l’attendono.
MAURO DEL BUE


mercoledì 13 aprile 2011

SENZA RISPOSTA

L’ho rivisto in televisione, un pò invecchiato con vistose borse nere sotto gli occhi, anche un pò ingrassato. E’ quel giudice De Pasquale nei confronti del quale presentai un’interrogazione parlamentare dopo il suicidio di Gabriele Cagliari. Eravamo in piena Tangentopoli e dopo il suicidio dell’ex presidente dell’Eni il teorico della Lega nord Gianfranco Miglio se ne uscì con quella famosa e truce dichiarazione rilevando che “non c’è rivoluzione senza gocce di sangue”. Era la Lega del 1993, quella esaltata e anche diretta dal direttore dell’Indipendente Vittorio Feltri. Cagliari se n’era andato dopo quattro mesi di illegale detenzione preventiva. Non poteva più reiterare il reato, non poteva certo fuggire, nè manomettere le prove. Venne tenuto in carcere dopo numerose promesse di rilascio. E siccome non io, ma la stampa dell’epoca, aveva sottolineato che il magistrato De Pasquale aveva promesso al detenuto di firmare la sua scarcerazione, ma alla fine non l’aveva fatto preferendo andare al mare, io ne rimasi sconvolto. E decisi di presentare un’interrogazione parlamentare. Naturalmente senza risposta. Allora un socialista non ne aveva neppure diritto. Poteva al massimo piangere un compagno che s’era soffocato con una borsina di plastica al collo.

MAURO DEL BUE

venerdì 25 marzo 2011

E' RITORNATO L'ANCHISMO

Quanti luoghi comuni, quante contraddizioni e anche illogicità si sentono a commento dell’intervento armato, a difesa dei civili e degli insorti e su mandato dell’Onu, in Libia. Già ho trattato l’argomento del cosiddetto pacifismo di destra, tutto imperniato sui danni che all’Italia questo intervento potrebbe recare (i profughi, i clandestini, il prezzo del petrolio) e assolutamente insensibile rispetto al tema dei diritti del popolo libico, il primo dei quali è di non essere massacrato. E’ invece riemersa ancora la cosiddetta storia dell’anchismo. Insomma si dice, se è vero che Gheddafi è un tiranno se è vero che è in corso una repressione crudele, perchè allora non attacchiamo anche lo Yemen, e se si tratta di attaccare tute le dittature perchè non lo facciamo anche con l’Arabia Saudita, o addirittura, come qualcuno ha assurdamente asserito, anche la Cina? Tutto questo modo di ragionare serve, in sostanza, per giustificare il fatto che non si deve far nulla per nessuno. Siccome tutte le possibilità citate sono assolutamente impraticabili e in molti casi neppure giustificate (se mai si muovesse guerra in tutte queste direzioni gli stessi che oggi ci invitano provocatoriamente a farlo si opporrebbero ancora come maggiore forza), allora non si dovrebbe intervenire neppure in Libia. Bel modo di ragionare davvero. Ma anche in questo modo di ragionare c’è un sottointeso. E cioè: noi (l’Onu attraverso Francia, Stati Uniti e parzialmente l’Italia) interveniamo, in realtà, per interesse economico, per il petrolio e non per i diritti. Ecco allora perchè lo facciamo, solo in Libia e non altrove. Peccato che il petrolio ci sia anche altrove, dove non interveniamo, appunto lo Yemen e l’Arabia saudita. E peccato che in Egitto e in Tunisia, dove i quasi dittatori Ben Alì e Mubarak si sono comportati in modo diverso da Gheddafi, non siamo invece intervenuti perchè non ce n’era bisogno. L’accusa poi diventa anche contraddittoria. Perché nello stesso tempo in cui si accusa l’Occidente di attaccare Gheddafi per interesse, lo si accusa di averlo per troppo tempo difeso e vezzeggiato sempre per interesse. Due opposte annotazioni impossibili da stigmatizzare per il vecchio principio aristotelico della non contraddizione. Anche l’assurda contrapposizione tra difesa degli interessi e difesa dei valori è inconsistente. Anche il Piemonte fece l’unità d’Italia per interesse, ma l’unità fu in sé una buona cosa. Difendere i nostri interessi nazionali non è un reato, soprattutto se si sposa a buone cause civili. Mi pare che questo sia il caso. Adesso anche l’Italia deve fare autocritica, per la debolezza della propria posizione, per l’oscillazione dei propri comportamenti, per lo scarso peso che il governo ha esercitato nelle decisioni dell’Onu. Una volta il ministro degli esteri era Nenni, poi Moro, poi Andreotti, adesso c’è Frattini….


MAURO DEL BUE

martedì 22 marzo 2011

IL PACIFISMO DI DESTRA

L’intervento in Libia, a difesa della resistenza a Gheddafi e su mandato dell’Onu, ha fatto emergere, per la prima volta, una sorta di pacifismo di destra nel nostro paese.Sarebbe meglio dire un “non interventismo egoistico”, ma se alla prevedibile e rituale contestazione comunista di Ferrero e Diliberto, che parafasando Chavez, ripropongono il vecchio slogan ”Americani go home”, oggi si aggiunge un vasto fronte di contestatori di destra, è giusto tentare di capire meglio. Se il non interventismo di sinistra, infatti, è un deja-vu, quello di destra è una novità i cui caratteri vanno meglio individuati. Ne colgo soprattutto tre: uno riferito alle conseguenze sul terreno dell’immigrazione interna, il secondo riferito al possibile danno sulle importazioni di materie prime, e dunque in particolare del petrolio, il terzo sulle incognite politiche dei nuovi alleati. Credo si tratti di questioni che non possono certamente essere sottovalutate. Ma, a parte il fatto che è tutto da dimostrare che non si sarebbe sviluppata una maggiore immigrazione dalla Libia qualora Gheddafi fosse stato lasciato libero di sterminare la propria popolazione ribelle e non si sarebbero verificate anche conseguenze sul prezzo e l’esportazione del greggio, non vedo come queste due preoccupazioni possano condizionare, anzi determinare, l’atteggiamento dell’Europa e degli Stati uniti nei confronti di un possibile genocidio. In questo caso, e la posizione di destra, allora, è anche tutto sommato coerente, i nostri interessi egoistici dovrebbero contare più dell’apporto umanitario, peraltro apertamente richiesto e oggi esaltato dai ribelli. Lasciamoli morire, insomma, per non avere, noi, possibili danni. Posizione che la Lega ha assunto e che alcuni autorevoli esponenti del centro-destra hanno in qualche misura fatto propria. Mi riferisco a Giuliano Ferrara, ieri favorevole all’intervento in Iraq non autorizzato dall’Onu e oggi assai perplesso di fronte a quello in Libia, attuato su mandato delle Nazioni unite. In lui c’è, ed è evidente, un atteggiamennto di ostilità nei confronti del presidente Obama, al quale egli ha sempre preferito il decisionismo di Bush. Anche questa questione, e cioè la presidenza democratica di Obama, condiziona oggi il pacifismo di destra. Com’eran belli i tempi in cui Bush, e prima di lui, Reagan, bombardavano a piacimento senza nessun mandato internazionale, coi muscoli e non con la ragione. Il terzo argomento dovrebbe essere, di contro, una forte motivazione per l’intervento.
Pensiamo alle possibili reazioni dei ribelli a fronte dell’indifferenza delle Nazioni unite. Le tendenze anti occidentali avrebbero avuto decisamente il sopravvento. Questioni tribali, integralismi islamici, vecchi rancori territoriali, sono certamente presenti nell’area della rivoluzione, ma è appunto la necessità di separare l’aglio dall’oglio, cioè le tendenze democratiche da quelle integraliste, il compito che ci attende e al quale non avremmo certamente potuto assolvere con l’indifferenza. Se il neo pacifismo di destra è una novità, ma è
assolutamente spiegabile, quello di sinistra è una sorta di parodia del passato. Un nuovo Vietnam, una nuova Corea, che di tanto in tanto s’affacciano come ricordi indelebili di vecchi compagni di scuola. Ieri con barba e capelli lunghi, oggi scantonati e imbiancati. Se l’Occidente non avesse mosso un dito a fronte della repressione di Gheddafi avrebbero ugualmente protestato e marciato per l’ignavia del capitalismo che continua a trattare coi dittatori. Visto che hanno deciso di muoversi, allora non cambia l’accusa. Lo fanno solo per interesse, per il petrolio. Come ribattere a due accuse uguali su due comportamenti opposti? Impossibile. E poi ancora. Ma se intervengono in Libia allora perchè non intervengono dappertutto, ovunque ci sono dittatori? Che mi ricorda la vecchia teoria del benaltrismo, che serviva a non parlare mai
di una questione alla volta. E che porta ancor oggi ad una conclusione assurda: ”E’ meglio non intervenire mai e lasciare tutto com’è”. Paradossale no? Credo che adesso la situazione sia delicata. Non sono certamente uno di quelli che credono che la coalizione risolverà in fretta la vicenda libica. Il mandato dell’Onu è troppo ristretto e non prevede nessuna occupazione di Tripoli. E dunque il problema che si
porrà sarà quello di conciliare il mandato avuto, esclusivamente in difesa della popolazione civile, con la dittatura di Gheddafi che, se restasse al potere, potrebbe diventare assai più pericoloso di prima. Ma questa è un’altra storia che nessuno, però, potrà trascurare.

MAURO DEL BUE

lunedì 28 febbraio 2011

IDEALI E OPPORTUNITA'

Diciamo la verità, e lo dico io che non sono mai stato un antiberlusconiano preconcetto. Il nostro premier si è un pò bevuto il cervello. Prima attacca la scuola pubblica, cioè la scuola dello Stato italiano del quale lui è il principale esponente, poi smentisce, ma la smentita della smentita arriva puntuale e registrata. Infine rilancia il tema del “relativismo etico, caro alla sinistra”, e afferma che mai e poi mai vi saranno unioni gay legalizzate e conseguenti affidamenti, e soprattutto ribadisce la sua concezione della “sacralità della vita” a proposito del testamento biologico e del caso Englaro. Sacralità della vita che (ma sappiamo che Berlusconi non ha studiato nè teologia nè filosofia) è tipica di uno Stato etico che impone per legge una concezione della vita sulle altre. Io, ad esempio, non credo affato alla sacralità della vita che ritengo appartenga solo a me e sia stata generata solo dai mei genitori e della cui proprietà essi si sono poi liberati affidandola al diretto interessato che solo la può gestire. Lasciamo perdere ogni considerazione tra il relativismo etico della sua vita privata e l’assolutismo etico che il premier vorrebbe imporre con la legge, ma mi chiedo: com’è possibile che ex socialisti ed ex liberali possano accettare questa visione del mondo? Psi, Psdi, Pri e Pli, cioè i quattro partiti laici che pur collaboravano, anche se a volte non nello stesso tempo, con la Dc negli anni della cosiddetta prima Repubblica, manifestarono sempre la volontà di distinguere l’accordo sulle cose dall’accordo sui principi. E vennero le leggi sul divorzio, sull’aborto, e due conseguenti battaglie referendarie, che trovarono laici e integralisti su fronti opposti. E Psi, Psi Pri e Pli si mostrarono spesso assai più fermi nel difendere i principi di quanto non fosse lo stesso Pci, che del resto già si era caratterizzato per il voto favorevole all’articolo 7 della Costituzione. Adesso invece i laici del Pdl stanno zitti perchè hanno anche contratto un accordo sui principi col partito e col suo leader, svendendo solennemente i loro. E addirittura il nostro buon Sacconi, probabilmente anche in buona fede, si è convertito alle teorie più oscurantiste e anti-illuministe. Mi pare che, in fondo, questo sia l’aspetto più sconcertante della fase che stiamo vivendo. Per paura di perdere, la cosiddetta seconda Repubblica, impone il silenzio e la svendita dei valori di fondo di ciascuno o addirittura la conversione ad altri valori, in nome della solidarietà politica al partito e al leader. Cosa sconosciuta nella vituperata prima Repubblica, dove il comun denominatore era la tradizione ideale e non l’opportunità politica. E dove dovevano emergere le singole identità, non le collocazioni e le coalizioni. L’assolutismo etico del Pdl è davvero sconcertante

MAURO DEL BUE

sabato 19 febbraio 2011

SCONCERTO

Non sarà una sorpresa, ma quella contestazione dei ministri leghisti sulla festa dell’Unità d’Italia non può non produrre sconcerto. Perchè se c’è una cosa che dovrebbe unire è proprio questa: il valore dell’unità della nazione. Unità che produce l’amor patrio. Siamo l’unico paese del mondo in cui addirittura nella stessa coalizione di governo non c’è accordo su questo. Non si tratta di un principio qualsiasi. Si tratta della base su cui si deve fondare una maggioranza. Anzi, dovrebbe trattarsi di una condivisione che unisce tutte le forze politiche al di là della loro partecipazione a un governo, come avviene del resto negli Stati Uniti e anche nelle grandi democrazie dell’Europa. E’ stato così sempre anche in Italia almeno dal dopoguerra ad oggi. Anche nei momenti di scontro ideologico e di sistema più aspro sia il Risorgimento sia la Resistenza hanno unito le diverse forze politiche in campo. Ma se sulla Resistenza si affacciavano accenti e giusficazioni diverse (il Msi era tenuto per questa sua diversità fuori dall’arco delle forze costituzionali), sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia nessun partito aveva mai manifestato una così inconciliabile diversità di accenti e di opinioni. Per di più nella storia d’Italia, a partire proprio dalla fase unitaria post risorgimentale, è stata proprio la destra ad esaltare, più che non la sinistra, il valore assoluto dell’unità. E questo è l’aspetto nuovo e preoccupante dell’attuale stagione poltica. L’ennesimo paradosso, la nuova sconcertante anomalia. E cioè che mentre la sinistra è tutta più che mai coperta dietro l’ombrello dell’unità nazionale, e anche il commovente omaggio sanremese di Benigni lo testimonia, nella destra si è aperta una falla clamorosa, proprio su un tema che è sempre stato caratteristico più della destra che della sinistra: il tricolore, l’unità della nazione, l’amor patrio. Vedremo come finirà. Posso solo auspicare che la sinistra non faccia il suo ennesimo autogol e non consideri più la Lega una sua costola. Anche quando, caro Bersani, il principale avversario appare un altro, non bisogna mai fare dell’opportunità l’unica politica scambiando la tattica con la strategia. Almeno su questo tornare ai classici non sarebbe proprio un male.

MAURO DEL BUE



sabato 29 gennaio 2011

IDENTICO CLIMA

Una considerazione sullo stato delle cose e una sulla possibile conseguenza. La magistratura ha nelle mani il presidente del Consiglio, il quale si difende con un attacco senza precedenti alle toghe rosse in diretta televisiva. Un noto giornalista televisivo, intelligente, ma schierato politicamente, annuncia di scendere in piazza con un altro famoso predicatore per inneggiare alla procura di Milano, mentre il presidente della Camera è oggetto di un’offensiva politica sulla vendita di una casa a Montecarlo alla quale si prestano il ministro degli Esteri e il presidente del Senato. Dal canto loro il Csm e l’Anm gridano alla violazione della Costituzione. Siamo di fronte alla più grave crisi istituzionale e di poteri della storia repubblicana, solo paragonabile a quella del cosiddetto biennio giudiziario del 1992-94. E ci sono anche gli stessi protagonisti di allora, le stesse accuse, gli stessi slogan, le stesse chiamate in piazza, lo stesso identico clima. Con una sola non marginale differenza. E cioè che mentre i partiti di allora erano ormai alla frutta, Berlusconi e la sua coalizione tengono ancora e pare riescano a convincere, ancora, la parte prevalente degli italiani. La possibile conseguenza della fine del berlusconismo (se ci sarà, ma prima o poi ci sarà) la vedo chiara. Non ci sarà un’alternativa politica di sistema al berlusconismo. Ci sarà il crollo di un sistema. Come avenne allora, a seguito del crollo del muro di Berlino e della fine, in Italia, del Pci. Questo sistema è nato in quelle circostanze e fu accellerato dell’indagine di Mani pulite. Come il vecchio sistema politico, che era fondato sull’alternativa tra comunismo e anticomunismo, si sgretolò dopo la fine del comunismo, questo sistema, che è fondato sul contrasto tra berlusconismo e antiberlusconismo, si sfalderà con la fine del berlusconismo. E forse, solo allora, si capirà tutto il tempo perduto. E si comprenderà che le identità politiche italiane ed europee non erano da affossare, ma solo da rinnovare. Che l’Italia è un paese europeo e non americano o africano. Che c’è bisogno di soggetti democratici che rappresentino delle storie. E che l’eterna anomalia italiana, prima costituita dalla mancanza di un’alternativa democratica per la presenza del più forte partito comunista d’Europa in Italia, e poi da soggetti politici inesistenti altrove e dal doppio conflitto d’interessi di Berlusconi e della magistratura, dovrà lasciare il posto, finalmente, alla politica.


MAURO DEL BUE









mercoledì 26 gennaio 2011

LA SINISTRA SI DIA UNA REGOLATA


Come eravamo:
Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino
 con Massimo D'Alema
Era ora che a sinistra (anche all’estrema sinistra, penso a Sansonetti) si manifestasse una posizione chiaramente antigiustizialista. E’ in quell’area che naturalmente devono collocarsi i socialisti riformisti e liberali. Solo in Italia esiste un giustizialismo di sinistra e un garantismo di destra. E questo è dovuto non solo alla vicenda di Tangentopoli e di Mani pulite che diede un colpo decisivo alla fine della cosiddetta prima Repubblica, figlia della quale è stato poi il contrasto tra berlusconismo e antiberlusconismo. E’ dovuto, a mio giudizio, sopratttutto alla natura ideologica e politica della sinistra italiana, all’interno della quale la cultura comunista è sempre stata prevalente. Parlo del comunismo togliattiano, quello che ha attecchito in Italia e che, a partire dal 1948, è diventato egemone a sinistra. Un impasto di socialismo reale, di moderatismo conservatore, di esaltazione della ragion di partito più che di quella della verità, di concezione dell’avversario alla stregua del nemico. Quando mai del resto questa sinistra ha svolto un ruolo di primo piano sul tema della laicità e dei diritti civili? Come ha votato sull'articolo 7 della Costituzione? E cosa ha fatto per fare approvare le leggi sul divorzio e sull'aborto? Come si è comportata durante il caso Moro? E che atteggiamento ha avuto su riforme che proponevano la responsabilità civile dei magistrati e la separazione delle loro carriere che, in Europa, solo il Portogallo di Salazar non ha mai previsto? Non stupisca la subordinazione dell’attuale sinistra (alla quale si sono aggiunti oggi molti esponenti di tradizione cattolica e non certo libertaria) al potere giudiziario. Si tratta di una convinzione radicata in decenni di storia, non di un’improvvisazione. La magistratura ha invaso il campo della politica (il Consiglio superiore è un parlamento di magistrati con tanto di partiti e di interessi di casta garantiti da questa o quella confederazione di toghe) e Berlusconi ha risposto con un’altra invasione, quella delle sue tivù e giornali. L’anomalia italiana è duplice e dunque non solo determinata dal conflitto d’interesse dell’uomo di Arcore. Il vero bipolarismo italiano è diventato quello tra Berlusconi e la magistratura. Per questo la sinistra non può contrapporre alla repubblica di Berlusconi quella delle Boccassini ed escogitare una soluzione giudiziaria rispetto alla vittoria politica, e oggi purtroppo anche culturale, del padrone di Mediaset. Oltretutto, ormai, la via giudiziaria non produce ribaltamenti di forze, come i recenti sondaggi testimoniano. Altra questione è il giudizio morale, che però difficilmente sarebbe stato possibile senza un’indagine che ha svelato le vicende private del leader e che si è aperta non si sa per quale motivo, visto che è precedente il caso Ruby. A Berlusconi credo si debbano fare altri appunti: e innanzitutto quello di avere una concezione della politica antitetica a quella democratica (leggi elettorali senza preferenze, cooptazione del gruppo dirigente del suo partito ove sono vietate correnti, primarie ed elezioni segrete, elezione dei parlamentari secondo la logica dall’amicizia e della simpatia personale, antiliberalismo in materia di leggi su laicità e diritti delle persone, continua e reiterata confusione tra privato e politico, incapacità di comprendere che un presidente del Consiglio deve avere relazioni in linea coi principi della sicurezza e della dignità nazionale, che non può travestirsi da telespettatore che urla improperi imperversando nelle trasmissioni televisive; come sono lontani i tempi e i modi di Andreotti e anche di Craxi…).Per questo ho aderito all’appello di Rondolino-Velardi e Sansonetti, perchè la sinistra si dia una regolata, la smetta di cavalcare sempre la tigre delle indagini giudiziare e chieda le dimissioni di Berlusconi perchè non è in grado di governare il Paese e non perchè reo di non si sa quali misfatti. E’ pretendere troppo? Forse sì. Ma si è acceso un fuoco, non spegnamolo.

MAURO DEL BUE

martedì 18 gennaio 2011

SOSTEGNO A SUSANNA CAMUSSO

Sembrava una nottata elettorale con tanto di risultati parziali, con sondaggi, con urla di vittoria e sberleffi di sconfitta (com’è stata stonata quella presenza di Luca Telese dinnanzi ai cancelli di Mirafiori…), mentre gli operai montavano i turni di notte alla catena di montaggio. Era imprevedibilmente davanti il no quando la trasmissione di Paragone si è spenta a tarda ora. Poi il risultato si è capovolto e il sì ha vinto, sia pur con solo il 54% dei voti. Mi sono chiesto se i sindacalisti del no si fossero augurati davvero di vincere. Mi ricordo quel che disse Togliatti durante le elezioni del 1948 (“Credo che perderemo perchè semmai dovessimo vincere non so come faremmo a governare”). E i risultati gli diedero ragione. Se il no avesse superato il 50% sarebbero stati attribuiti ai suoi sostenitori i mancati investimenti e forse la chiusura di Mirafiori. Così i fautori del no possono celebrare il loro parziale successo e cercare di condizionare, con la forza conseguita, i futuri sviluppi della situazione. Anche se adesso si porrà la questione che la Camusso ha posto alla Fiom. Cioè firmare l’accordo che la maggioranza dei lavoratori ha approvato, sia pur di misura. E che è stata approvata anche dagli operai ove il sì è prevalso di nove voti (non è vero che la vittoria del sì, come ha detto Vendola, è stata procurata dal voto determinante degli impiegati, che pure non sono dei lavoratori di serie B). Mi auguro che la linea della Camusso venga accettata dalla Fiom. Adesso è evidente che tutti devono far sì che gli impegni assunti da Marchionne vengano immediatamente mantenuti e spero che su questo la battaglia sia unanime nel mondo del lavoro.
MAURO DEL BUE

venerdì 14 gennaio 2011

BOLLA DI SAPONE

Non so se esista il reato. Una minorenne pagata per le feste ad Arcore? Può anche darsi. E per di più per concedersi anche a Fede e a Mora (a Mora no, perchè preferiva Fabrizio Corona). Veronica l’aveva scritto. “Lui non sta bene e gli amici lo devono aiutare” e aveva scritto anche a proposito di Noemi: “Con una minorenne è troppo”. Probabilmente sapeva quel che diceva anche se una moglie gelosa può dire cose non vere. La magistratura milanese adesso interviene a gamba tesa e il giorno dopo la mezza sconfitta sul legittimo impedimento arriva l’inchiesta formalizzata ipotizzando due reati berlusconiani: lo sfruttamento della prostituzione e la concussione. Quest’ultima non la capisco proprio e sarebbe difficile da motivare se il concussore fosse proprio Berlusconi. Ma al di là di tutto occorre sempre ricordare il lungo silenzio sulla vita privata dei vari leader politici della democrazia italiana. Rumor e Colombo erano omosessuali e quest’ultimo pare avesse confidenza anche con ragazzi piuttosto giovani. Leone aveva una moglie di notevole prestanza che dicevano si concedesse spesso ai corazzieri del Quirinale, mentre Gronchi aveva un’amante che dicono andasse a prelevare quasi sempre coi mezzi dello Stato. Craxi di amanti ne ha avute parecchie e una di queste, certa Ania Pieroni, divenne anche direttrice di una televisione romana che dicevano fosse del partito. Del rapporto tra Togliatti e Nilde Iotti, anche quando il migliore era sposato con la Montagnana, si sapeva tutto e anche che esso fu oggetto di numerose scomuniche della periferia (allora Coppi e la dama bianca vennero inquisiti). Dicono che un dirigente reggiano sia andato personalmente da Togliatti per manifestargli la contrarietà dei compagni di base. Su Mussolini e la sua vita privata è stato fatto un film drammatico e su Clinton e Mitterand basta e avanza quel che si scritto recentemente. Mai in nessun caso su nessuno di loro è stato aperto un fascicolo e mai l’opposizione ha tentato di approfittarne. Resta la vecchia massima cristiana: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Certo qui si tratterbbe di una minorenne. E questa è l’unica differenza. Ma attenzione. Secondo la legge, il reato esisterebbe solo per una ragazza al di sotto dei 16 anni, qualora fosse consenziente. E dimostrare che Ruby fosse vittima è piuttosto difficile. Che abbia avuto dei soldi può anche essere. Ma sarà facile poi dimostrare che li ha avuti per partecipare a feste e non per concedersi a qualcuno. Finirà tutto in una bolla di sapone. Attenzione, compagni e amici del centro sinistra, a non scivolarci sopra.


MAURO DEL BUE

giovedì 13 gennaio 2011

SINDACATO E DEMOCRAZIA

La Fiat è stata per anni sovvenzionata dallo Stato con la cassa integrazione, leggi e leggine, comprese quelle sulla rottamazione, che le calzavano a pennello. D’altronde Gianni Agnelli, da senatore a vita, ha sempre votato, in segno di riconoscenza, a favore di tutti i governi di centro destra o di centro sinistra e, più indietro, i suoi predecessori sono sempre stati favorevoli a tutti i governi italiani, liberali, fascisti e democristiani che fossero. Non sono mai stato e non sono neppure oggi uno che ha subito il fascino della Fiat, dunque. La quale, oltrettutto e per anni, ha sempre finanziato giornali che nei confronti del mio vecchio partito mostravano più d’una pregiudiziale politica. Adesso, però, alla testa della Fiat c’è un manager, che è certo pagato più di Ibrahimovic e di Ronaldinho messsi assieme, ma che ha fatto uscire da un vicolo cieco l’azienda, guadagnandosi quote di mercato internazionali attraverso l’acquisizione di posizioni decisive del mercato dell’auto e proponendo piani di investimento per portare in Italia produzioni che erano all’estero e che dovrebbero assicurare maggiore occupazione e salari leggermente più alti. Oltrettutto l’accordo di Pomigliano ha già fatto sortire una maggioranza di lavoratori favorevoli all’accordo, contro il parere della Fiom, finita in minoranza. Adesso la Fiom tenta di andare clamorosamente sotto anche a Mirafiori, e siccome sa che il referendum lo perderà allora lo giudica preventivamente illegittimo. La maggioranza, se fosse così lesivo dei diritti dei lavoratori, diserterebbe le urne, e ad ogni buon conto ciò che è lesivo o non lo è dei diritti dei lavoratori saranno essi stessi a doverlo giudicare, anche perchè solo i lavoratori devono essere arbitri del loro futuro. Davvero imbarazzante questa posizione della Fiom, non solo perchè se dovesse vincere il no sa benissimo che gli investimenti su Mirafiori non si faranno, ma anche perchè si arroga il diritto (a proposito di diritti) di interpretare la posizione dei lavoratori a prescindere dalla posizione della maggioranza di essi. E’ davvero antidemocratica questa assurda posizione che punta a invalidare uno strumento di democrazia anche nel caso fossero in gioco diritti (ma la possibità di scioperare nei sabati di straordinario è un diritto davvero inviolabile?) che devono essere giudicati come tali solo dai lavoratori e non dalla Fiom. Sindacato che, come ha dichiarato con contrarietà anche il nuovo segretario della Cgil, addirittura si propone di non firmare l’accordo anche se la maggioranza dei lavoratori Fiat fosse di opinione diversa. Questa sì che è una questione di democrazia e di rispetto per i diritti dei lavoratori. Nell’epoca della globalizzazione e dell’esigenza di maggiore produttività, di difesa e sviluppo dell’occupazione e di salari più alti, questo sì che sarebbe un ritorno agli anni cinquanta, quelli dello scontro ideologico che il sindacato aveva saputo evitare anche allora, grazie a uomini come Di Vittorio e poi grazie a Lama (con l’unica eccezione, peraltro sofferta, del referendum del1985), negli anni sessanta, settanta e ottanta. Credo proprio che Di Vittorio e Lama non sarebbero andati in minoranza nè a Pomigliano nè a Mirafiori.

MAURO DEL BUE