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giovedì 20 ottobre 2011

TRAGEDIA A TRIPOLI. COMMEDIA A ROMA


Come Ceausescu, e come Mussolini, la fucilazione di Gheddafi era inevitabile, un rischio del mestiere. Diciamo questo non per fatuo cinismo o culto del taglione: semplicemente, perchè la sopravvivenza in vita del dittatore è impraticabile e insopportabile. In qualche modo, lo è anche per i suoi seguaci, che possono vivere ancora nel culto del Capo morto, meglio che nell’assistere impotenti alla sua umiliazione; morendo, egli svolge per l’ultima volta la sua funzione: quella di incarnare il regime. Per gli oppositori, ora vincitori, l’abbattimento del regime è certificato in primo luogo proprio dalla sua morte fisica, la catarsi del tirannicidio; mentre vivo, sia pur sotto processo, sia pure incarcerato, egli è un anacronismo, un passato che non passa, una minaccia. Minacciosa sarebbe pure la pietà, che prima o poi insorgerebbe per l’uomo invecchiato e indebolito, relativizzato nelle sue colpe dalla miseria della sua condizione. Particolarmente, com’è ovvio, quando il nuovo regime è debole, e non può permettersi nè nostalgie né chiamate di correo.
Gheddafi è stato uno dei peggiori, tra i dittatori del Ventesimo secolo, anche se, come i Mussolini, come i Ceausescu, ebbe all’inizio del suo potere più di qualche simpatia all’estero. Negli anni 70, la sua affabulazione di democrazia totale ingannò qualcuno, intento alla coltivazione di un terzomondismo fasullo. Negli anni 80 e 90, nel crescente manifestarsi di una patologia individuale e di una malattia collettiva, quella di una Libia ormai isolata dal mondo, sempre più arretrata e abbandonata a sé stessa, pure Gheddafi a intermittenza giocava la sua partita sulla scena internazionale, e quindi trovava o ritrovava interlocutori e alleati. In particolare, dopo l’11 settembre 2001 la sua avversione per l’islamismo fondamentalista apparve consentirgli un riciclo, e nuove benemerenze, lui che aveva giocato eccome con stragi e trame. L’ultima bufala dei dittatori arabi “laici” è stata quella di accreditarsi come utili argini contro l’orda islamica che popolava e popola le notti di chi non sa niente della realtà del mondo arabo, ma magari ha responsabilità di rilievo su questa sponda del Mediterraneo. Finzioni, chiacchiere, come quelle terzomondista di trent’anni prima. Affabulazioni, appunto, buone per coprire la vera partita: soldi, armi, petrolio.
E’ qui che il Colonnello ha trovato le vere risorse del suo potere, e poi la sua fossa: quando una rivolta che avrebbe potuto schiacciare facilmente, è diventata l’occasione per regolare tanti conti, vecchi e nuovi. Del resto, tocca dire che, per quanto insinceri o venali siano stati i promotori della coalizione internazionale, hanno avuto dalla loro argomenti pressoché inoppugnabili: ormai, per come si erano messe le cose, consentire il bagno di sangue sarebbe stato impossibile (dice: e perchè è consentito ad Assad, in Siria ? Bella domanda, ottima). Dalla parte perdente, Berlusconi: che si era coltivato il Colonnello con gusto tutto suo di piazzista, con quel cinismo, questo sì davvero fatuo, degli italiani che sanno loro come si fa con ‘sti beduini. Va poi sempre a finire così: sulla testa sorpresa dell’Alberto Sordi di turno arriva la legnata della tragica serietà della Storia, un 8 settembre con i tedeschi e gli americani che quella serietà l’hanno compresa, e tutto prende un’altra misura. Nel vuoto pneumatico della politica estera italiana, che non fa e non dice praticamente niente di utile, che non svolge alcun ruolo nel Mediterraneo, questo vizio nazionale di fatuità e furbizia è emerso senza attenuanti: quando le cose si sono fatte serie, Sordi-Berlusconi si è trovato stupito, un ceffone sulla faccia, a spiegare con lui non c’entrava. Tragedia a Tripoli, commedia a Roma. 
LUCA CEFISI

sabato 16 aprile 2011

INDECISI A TUTTO

La partecipazione a metà dell’Italia alla missione decisa dall’Onu e annunciata in consiglio dei ministri, non aiuta certo il nostro Paese a recuperare credibilità sul piano internazionale.
Il rifiuto di effettuare bombardamenti restando però tra i Paesi della Nato impegnati nelle azioni belliche, mantiene un largo margine di ambiguità. Siamo insomma ‘indecisi a tutto’ come diceva Ennio Flaiano e il né carne né pesce del governo Berlusconi, che mostra un riguardo per Gheddafi ma contemporaneamente riconosce i ribelli di Bengasi è la conferma plateale dell’assenza di una vera linea di politica estera così come, del resto, per tutte le grandi questioni interne.

RICCARDO NENCINI

venerdì 25 marzo 2011

E' RITORNATO L'ANCHISMO

Quanti luoghi comuni, quante contraddizioni e anche illogicità si sentono a commento dell’intervento armato, a difesa dei civili e degli insorti e su mandato dell’Onu, in Libia. Già ho trattato l’argomento del cosiddetto pacifismo di destra, tutto imperniato sui danni che all’Italia questo intervento potrebbe recare (i profughi, i clandestini, il prezzo del petrolio) e assolutamente insensibile rispetto al tema dei diritti del popolo libico, il primo dei quali è di non essere massacrato. E’ invece riemersa ancora la cosiddetta storia dell’anchismo. Insomma si dice, se è vero che Gheddafi è un tiranno se è vero che è in corso una repressione crudele, perchè allora non attacchiamo anche lo Yemen, e se si tratta di attaccare tute le dittature perchè non lo facciamo anche con l’Arabia Saudita, o addirittura, come qualcuno ha assurdamente asserito, anche la Cina? Tutto questo modo di ragionare serve, in sostanza, per giustificare il fatto che non si deve far nulla per nessuno. Siccome tutte le possibilità citate sono assolutamente impraticabili e in molti casi neppure giustificate (se mai si muovesse guerra in tutte queste direzioni gli stessi che oggi ci invitano provocatoriamente a farlo si opporrebbero ancora come maggiore forza), allora non si dovrebbe intervenire neppure in Libia. Bel modo di ragionare davvero. Ma anche in questo modo di ragionare c’è un sottointeso. E cioè: noi (l’Onu attraverso Francia, Stati Uniti e parzialmente l’Italia) interveniamo, in realtà, per interesse economico, per il petrolio e non per i diritti. Ecco allora perchè lo facciamo, solo in Libia e non altrove. Peccato che il petrolio ci sia anche altrove, dove non interveniamo, appunto lo Yemen e l’Arabia saudita. E peccato che in Egitto e in Tunisia, dove i quasi dittatori Ben Alì e Mubarak si sono comportati in modo diverso da Gheddafi, non siamo invece intervenuti perchè non ce n’era bisogno. L’accusa poi diventa anche contraddittoria. Perché nello stesso tempo in cui si accusa l’Occidente di attaccare Gheddafi per interesse, lo si accusa di averlo per troppo tempo difeso e vezzeggiato sempre per interesse. Due opposte annotazioni impossibili da stigmatizzare per il vecchio principio aristotelico della non contraddizione. Anche l’assurda contrapposizione tra difesa degli interessi e difesa dei valori è inconsistente. Anche il Piemonte fece l’unità d’Italia per interesse, ma l’unità fu in sé una buona cosa. Difendere i nostri interessi nazionali non è un reato, soprattutto se si sposa a buone cause civili. Mi pare che questo sia il caso. Adesso anche l’Italia deve fare autocritica, per la debolezza della propria posizione, per l’oscillazione dei propri comportamenti, per lo scarso peso che il governo ha esercitato nelle decisioni dell’Onu. Una volta il ministro degli esteri era Nenni, poi Moro, poi Andreotti, adesso c’è Frattini….


MAURO DEL BUE

martedì 22 marzo 2011

BHL

Bernard Henry Levy, fondatore
della scuola della nouvelle philosophie
Diciamo la verità: che tra i sostenitori, se non gli ispiratori in terra di Francia dell'operazione Odyssey dawn ci sia Bernard Henry Levy alias BHL, lo pseudofilosofo francese, stravagante sostenitore della non estradizione dell'assassino Cesare Battisti, che grazie alle indegne campagne promosse e sostenute da questo cattivo maestro e dai suoi supponenti amici della Rive-gauche, se ne sta tranquillo in Brasile al riparo dall' ergastolo che dovrebbe scontare per i suoi crimini in Italia, provoca non solo l'orticaria ma insinua più di un dubbio sulla buona fede dei francesi nella gestione dell'operazione e soprattutto sul loro fin troppo troppo sbandierato disinteresse

L'impressione, al contrario, è che stia riemergendo, sotto le mentite spoglie di un innaturale mix di grandeur post gollista e reducismo post esistenzialista dei nouveau philòsophes di cui Sarkò e BHL sono gli aedi, la mai sopita attitudine dei cugini transalpini di sentirsi la forza egemone del Mediterraneo, attitudine che risale ai tempi di Napoleone e delle sue poco commendevoli imprese in terra d'Africa, prodromiche al colonialismo francese (uno dei peggiori) in vaste aree dell'area.
Certo, gli interessi oggi sono diversi, ma il cattivo pensiero che dietro la dottrina dell'intervento a sostegno degli insorti oppressi dal beduino della Sirte, ci sia da parte franco-inglese ben altro, a fronte delle intemerate di BHL, ha più di un fondamento.
EP

A SENSO UNICO

Una parte della sinistra italiana deve uscire dall’ambiguità e riconoscere che è il popolo libico che va aiutato, non il dittatore sanguinario che lo opprime.Il pacifismo a senso unico è un vecchio vizio difficile a guarire. Ieri marciavano finendo per sostenere il totalitarismo sovietico, cinese e cubano, poi quello di Milosevic e Saddam, e oggi rischiano di fare lo stesso per quello del Rais di Tripoli. Anche in Libia oggi come nella Spagna del ’36, c’è una democrazia nascente a cui i popoli amanti della libertà devono dare un’opportunità. Cosa avrebbero fatto Vendola, Ferrero e Diliberto nel ’36? Si sarebbero arruolati nelle brigate internazionali o avrebbero manifestato contro la guerra facendo l’occhiolino a Franco?

RICCARDO NENCINI

IL PACIFISMO DI DESTRA

L’intervento in Libia, a difesa della resistenza a Gheddafi e su mandato dell’Onu, ha fatto emergere, per la prima volta, una sorta di pacifismo di destra nel nostro paese.Sarebbe meglio dire un “non interventismo egoistico”, ma se alla prevedibile e rituale contestazione comunista di Ferrero e Diliberto, che parafasando Chavez, ripropongono il vecchio slogan ”Americani go home”, oggi si aggiunge un vasto fronte di contestatori di destra, è giusto tentare di capire meglio. Se il non interventismo di sinistra, infatti, è un deja-vu, quello di destra è una novità i cui caratteri vanno meglio individuati. Ne colgo soprattutto tre: uno riferito alle conseguenze sul terreno dell’immigrazione interna, il secondo riferito al possibile danno sulle importazioni di materie prime, e dunque in particolare del petrolio, il terzo sulle incognite politiche dei nuovi alleati. Credo si tratti di questioni che non possono certamente essere sottovalutate. Ma, a parte il fatto che è tutto da dimostrare che non si sarebbe sviluppata una maggiore immigrazione dalla Libia qualora Gheddafi fosse stato lasciato libero di sterminare la propria popolazione ribelle e non si sarebbero verificate anche conseguenze sul prezzo e l’esportazione del greggio, non vedo come queste due preoccupazioni possano condizionare, anzi determinare, l’atteggiamento dell’Europa e degli Stati uniti nei confronti di un possibile genocidio. In questo caso, e la posizione di destra, allora, è anche tutto sommato coerente, i nostri interessi egoistici dovrebbero contare più dell’apporto umanitario, peraltro apertamente richiesto e oggi esaltato dai ribelli. Lasciamoli morire, insomma, per non avere, noi, possibili danni. Posizione che la Lega ha assunto e che alcuni autorevoli esponenti del centro-destra hanno in qualche misura fatto propria. Mi riferisco a Giuliano Ferrara, ieri favorevole all’intervento in Iraq non autorizzato dall’Onu e oggi assai perplesso di fronte a quello in Libia, attuato su mandato delle Nazioni unite. In lui c’è, ed è evidente, un atteggiamennto di ostilità nei confronti del presidente Obama, al quale egli ha sempre preferito il decisionismo di Bush. Anche questa questione, e cioè la presidenza democratica di Obama, condiziona oggi il pacifismo di destra. Com’eran belli i tempi in cui Bush, e prima di lui, Reagan, bombardavano a piacimento senza nessun mandato internazionale, coi muscoli e non con la ragione. Il terzo argomento dovrebbe essere, di contro, una forte motivazione per l’intervento.
Pensiamo alle possibili reazioni dei ribelli a fronte dell’indifferenza delle Nazioni unite. Le tendenze anti occidentali avrebbero avuto decisamente il sopravvento. Questioni tribali, integralismi islamici, vecchi rancori territoriali, sono certamente presenti nell’area della rivoluzione, ma è appunto la necessità di separare l’aglio dall’oglio, cioè le tendenze democratiche da quelle integraliste, il compito che ci attende e al quale non avremmo certamente potuto assolvere con l’indifferenza. Se il neo pacifismo di destra è una novità, ma è
assolutamente spiegabile, quello di sinistra è una sorta di parodia del passato. Un nuovo Vietnam, una nuova Corea, che di tanto in tanto s’affacciano come ricordi indelebili di vecchi compagni di scuola. Ieri con barba e capelli lunghi, oggi scantonati e imbiancati. Se l’Occidente non avesse mosso un dito a fronte della repressione di Gheddafi avrebbero ugualmente protestato e marciato per l’ignavia del capitalismo che continua a trattare coi dittatori. Visto che hanno deciso di muoversi, allora non cambia l’accusa. Lo fanno solo per interesse, per il petrolio. Come ribattere a due accuse uguali su due comportamenti opposti? Impossibile. E poi ancora. Ma se intervengono in Libia allora perchè non intervengono dappertutto, ovunque ci sono dittatori? Che mi ricorda la vecchia teoria del benaltrismo, che serviva a non parlare mai
di una questione alla volta. E che porta ancor oggi ad una conclusione assurda: ”E’ meglio non intervenire mai e lasciare tutto com’è”. Paradossale no? Credo che adesso la situazione sia delicata. Non sono certamente uno di quelli che credono che la coalizione risolverà in fretta la vicenda libica. Il mandato dell’Onu è troppo ristretto e non prevede nessuna occupazione di Tripoli. E dunque il problema che si
porrà sarà quello di conciliare il mandato avuto, esclusivamente in difesa della popolazione civile, con la dittatura di Gheddafi che, se restasse al potere, potrebbe diventare assai più pericoloso di prima. Ma questa è un’altra storia che nessuno, però, potrà trascurare.

MAURO DEL BUE

domenica 20 marzo 2011

DEAD MAN WALKING

Ieri, mentre Giorgio Napolitano, icona vivente dell'amor di patria e dell'orgoglio nazionale, mieteva nel compassato capoluogo subalpino consensi e suscitava l'entusiasmo dei cittadini, un terreo Silvio Berlusconi, a cui il pesante trucco conferiva un aspetto grottesco, si aggirava, tra gli stucchi dell'Eliseo a Parigi, saggiando in metafora, per dirla con Dante "si come sa di sale lo pane altrui", poichè prima del suo arrivo a Parigi la Clinton, Sarkozy e Cameron avevano già assunto, senza neppure peritarsi di consultarlo, la decisione di scatenare Odyssey dawn, l'operazione militare di No fly zone contro la Libia.

Il volto tirato e pallido dello screditato Premier italiano nel corso della conferenza stampa succssiva al vertice, le sue poco credibili spiegazioni, la servile e goffa offerta delle basi aeree italiane (da dove, se no, dovrebbero decollare gli aerei della coalizione, da Rejkjavik?) sono la plastica rappresentazione del livello in cui è precipitata l'Italia nel novero delle nazioni occidentali.
Ha un bel dire l'ineffabile La Russa "non siamo degli affittacamere".
Purtroppo la giornata di ieri ci ha dato la conferma che come tali ci considerano tanto le spocchiose cancellerie europee quanto il Dipartimento di stato Usa, certo anche grazie alle vicende personali, diplomatiche e politiche del Cavaliere e delle sue imbarazzanti amicizie, messo di fronte in patria ad un rosario di processi per reati tra i più infamanti, con una maggioranza parlamentare (semprechè la Lega, a fronte della novità libica, non decida di staccare la spina) nelle mani di gente come Romano, Scilipoti, Razzi e Pionati, tutti dietro l'uscio ad attendere famelici le promesse prebende e sinecure che tardano ad arrivare (e chissà se arriveranno mai) e infine, con la bomba umanitaria che sta deflagrando sulle nostre coste che, lasciati soli dall'Europa, non è ancora chiaro come gestiremo.
Stando così le cose anche ad uno spovveduto appare chiaro che Berlusconi, sul piano politico, altro non è che un "dead man walking", un uomo morto che cammina.
Come i suoi (ex) amici Mubarak e Gheddafi.
EP

martedì 22 febbraio 2011

AL SIT IN AL PANTHEON PER LA LIBIA

Anche i socialisti saranno oggi in piazza del Pantheon a Roma, a partire dalle ore 18.00 per partecipare alla manifestazione ''Fermare la violenza, aiutare la democrazia'' in Libia.

Visto che il governo, nonostante la grande amicizia tra Berlusconi e Gheddafi, non si è accorto per nulla di quanto stava per accadere in Libia, invece di dire sciocchezze come fa Bossi sul destino degli immigrati, almeno si preoccupi di fare quanto in suo potere per difendere gli oppositori e la popolazione civile dalle inaudite violenze del regime. E’ giusto attendersi poi  un impegno serio e concreto sul fronte della speculazione. Almeno per una volta dovrebbero impedire che le compagnie petrolifere si ingrassino come al solito a spese dei cittadini giustificandosi con i futuri aumenti del barile.
RICCARDO NENCINI

lunedì 21 febbraio 2011

GATTINI CIECHI

Il governo italiano in queste ore ha una responsabilità enorme per favorire una possibile evoluzione pacifica della crisi libica sia attivando ogni canale a disposizione con Tripoli, sia consigliando per il meglio tutti gli altri governi europei e non.

E’ invece sconcertante l’atteggiamento di sorpresa e di dichiarato attendismo manifestati fin qui dal presidente del consiglio e dal ministrodegli esteri.
Berlusconi e Frattini sembrano gattini ciechi eppure per la quantità e la qualità degli interessi che abbiamo in Libia, dovevano nonsolo essere informati da tempo di quanto stava per accadere, ma anche aver approntato tutte le possibili soluzioni, diplomatiche e non, per fronteggiare una crisi che potrebbe avere ricadute economiche e sociali drammatiche.
Anche in questa occasione, invece, il governo si dimostra molto al di sotto delle esigenze vitali del Paese.
RICCARDO NENCINI