Ecco la prima dichiarazione di Martine Aubry, primo segretario del Ps, dopo avere appreso il risultato delle Primarie. E' in francese ma non è difficile capire il senso delle sue parole.
Un altro mondo, un'altra cultura politica, distanti anni luce dalle miserie della politica nostrana
lunedì 17 ottobre 2011
domenica 16 ottobre 2011
LANZICHENECCHI
Lo stupro che, il 15 ottobre 2011, Roma ha subito per mano di poche migliaia di teppisti, peraltro organizzati quasi militarmente che hanno certamente attuato un piano strategico studiato nei minimi dettagli, fatte le debite proporzioni, rimanda la memoria all'anno di grazia 1527, allorché la città eterna fu invasa dai Lanzichenecchi, i mercenari tedeschi che la misero a ferro e fuoco.
Al di la delle evidenti differenze non può sfuggire il fatto che oggi come allora l'orda distruttrice era attesa e temuta: e oggi come allora, la città è stata lasciata praticamente indifesa, allora alla mercé dei mercenari luterani antipapisti assetati di sangue, oggi a non più di qualche migliaio di giovinastri anarcoidi e delinquenti che coltivano il culto della distruzione di tutto ciò che gli capita a tiro, come scelta di vita.
Al netto di facili dietrologie nelle quali si esercitano coloro i quali ammorbano con le loro analisi il panorama dei commenti del giorno dopo, delle inevitabili strumentalizzazioni politiche (o pseudotali) che ne seguono, appare utile sottolineare pochi aspetti che sono la cornice entro la quale è maturata la guerriglia urbana.
1) Si poteva prevenire un simile scempio? La risposta è si, si poteva e si doveva evitare se solo agli indignati fosse stato imposto di organizzare un servizio d'ordine all'altezza della situazione.
Non è pensabile consentire una manifestazione con decine di migliaia di persone senza che gli organizzatori attivino un minimo di filtro e di controllo sui partecipanti. Tutto invece è stato lasciato all'improvvisazione e nei giorni precedenti non è sfuggito a chi ha guardato anche distrattamente i servizi trasmessi da tutte le televisioni, che nei punti di concentramento degli indignati sparsi per la città, si aggiravano ceffi che con i loro atteggiamenti lasciavano presagire che almeno una parte dei manifestanti nel corso del corteo del 15 ottobre avrebbero sicuramente alzato pericolosamente i toni e le modalità della protesta.
L'osservazione vale per gli organizzatori (ingenui? Distratti?) ma anche per chi istituzionalmente avrebbe dovuto attuare un piano preventivo straordinario mediante controlli che andassero ben oltre la routine.
Inevitabile dunque che le forze dell'ordine schierate in l'occasione del corteo siano divenute come le poche migliaia di svizzeri a cui fu affidato il compito di difendere Roma dai Lanzichenecchi.
2) E' ora di finirla di far finta di non sapere da dove provengono i nuovi Lanzi: va detto chiaro e forte che i centri sociali in cui si raduna la feccia della peggiore gioventù sono i luoghi in cui si alimenta il culto della distruzione nichilista e che a Roma, come altrove, a costoro danno man forte i gruppi di ultras sedicenti tifosi organizzati paramilitarmente, felici di utilizzare qualsiasi evento di massa per dar sfogo alle loro pulsioni criminali che restano quasi sempre impunite.
Siamo in presenza di bande dedite alla violenza, all'intimidazione eletta a pratica quotidiana e la politica, di destra o di sinistra, non c'entra un bel nulla.
3) Occorre che certa stampa e taluni osservatori ed analisti ne prendano atto e smettano di girare la testa dall'altra parte, tentando maldestramente di ridimensionare la gravità di quanto avvenuto o addirittura di abbozzare una qualche giustificazione subliminale, come ha fatto Il Manifesto, che all'indomani dei tumulti relega alla terza riga del catenaccio in prima pagina quella che, piaccia o no, era la notizia del giorno o come ha fatto la stampa della destra che addossa supposte responsabilità politiche all'opposizione al solo scopo di distrarre l'attenzione dai disastri di questo governo.
Valga per tutti l'esempio dell'Unità che ha pubblicato in prima pagina l' agghiacciante immagine di un giovane intento a lanciare un estintore contro le forze dell'ordine.
Lo stesso gesto che stava compiendo Carlo Giuliani a Genova, dieci anni fa, prima di essere colpito a morte.
Un' evento drammatico che fu oggetto di non poche strumentalizzazioni, a destra come purtroppo a sinistra, culminate, come spesso avviene solo in Italia, con l'elevazione del ragazzo a icona del movimento antagonista e della madre a senatrice della repubblica, neanche a dirlo, per Rifondazione comunista.
Di simili icone è auspicabile che, dopo il 15 ottobre 2011, finalmente, a cominciare dagli indignati, nessuno avverta più la necessità.
EP
Al di la delle evidenti differenze non può sfuggire il fatto che oggi come allora l'orda distruttrice era attesa e temuta: e oggi come allora, la città è stata lasciata praticamente indifesa, allora alla mercé dei mercenari luterani antipapisti assetati di sangue, oggi a non più di qualche migliaio di giovinastri anarcoidi e delinquenti che coltivano il culto della distruzione di tutto ciò che gli capita a tiro, come scelta di vita.
Al netto di facili dietrologie nelle quali si esercitano coloro i quali ammorbano con le loro analisi il panorama dei commenti del giorno dopo, delle inevitabili strumentalizzazioni politiche (o pseudotali) che ne seguono, appare utile sottolineare pochi aspetti che sono la cornice entro la quale è maturata la guerriglia urbana.
1) Si poteva prevenire un simile scempio? La risposta è si, si poteva e si doveva evitare se solo agli indignati fosse stato imposto di organizzare un servizio d'ordine all'altezza della situazione.
Non è pensabile consentire una manifestazione con decine di migliaia di persone senza che gli organizzatori attivino un minimo di filtro e di controllo sui partecipanti. Tutto invece è stato lasciato all'improvvisazione e nei giorni precedenti non è sfuggito a chi ha guardato anche distrattamente i servizi trasmessi da tutte le televisioni, che nei punti di concentramento degli indignati sparsi per la città, si aggiravano ceffi che con i loro atteggiamenti lasciavano presagire che almeno una parte dei manifestanti nel corso del corteo del 15 ottobre avrebbero sicuramente alzato pericolosamente i toni e le modalità della protesta.
L'osservazione vale per gli organizzatori (ingenui? Distratti?) ma anche per chi istituzionalmente avrebbe dovuto attuare un piano preventivo straordinario mediante controlli che andassero ben oltre la routine.
Inevitabile dunque che le forze dell'ordine schierate in l'occasione del corteo siano divenute come le poche migliaia di svizzeri a cui fu affidato il compito di difendere Roma dai Lanzichenecchi.
2) E' ora di finirla di far finta di non sapere da dove provengono i nuovi Lanzi: va detto chiaro e forte che i centri sociali in cui si raduna la feccia della peggiore gioventù sono i luoghi in cui si alimenta il culto della distruzione nichilista e che a Roma, come altrove, a costoro danno man forte i gruppi di ultras sedicenti tifosi organizzati paramilitarmente, felici di utilizzare qualsiasi evento di massa per dar sfogo alle loro pulsioni criminali che restano quasi sempre impunite.
Siamo in presenza di bande dedite alla violenza, all'intimidazione eletta a pratica quotidiana e la politica, di destra o di sinistra, non c'entra un bel nulla.
3) Occorre che certa stampa e taluni osservatori ed analisti ne prendano atto e smettano di girare la testa dall'altra parte, tentando maldestramente di ridimensionare la gravità di quanto avvenuto o addirittura di abbozzare una qualche giustificazione subliminale, come ha fatto Il Manifesto, che all'indomani dei tumulti relega alla terza riga del catenaccio in prima pagina quella che, piaccia o no, era la notizia del giorno o come ha fatto la stampa della destra che addossa supposte responsabilità politiche all'opposizione al solo scopo di distrarre l'attenzione dai disastri di questo governo.
Valga per tutti l'esempio dell'Unità che ha pubblicato in prima pagina l' agghiacciante immagine di un giovane intento a lanciare un estintore contro le forze dell'ordine.
Lo stesso gesto che stava compiendo Carlo Giuliani a Genova, dieci anni fa, prima di essere colpito a morte.
Un' evento drammatico che fu oggetto di non poche strumentalizzazioni, a destra come purtroppo a sinistra, culminate, come spesso avviene solo in Italia, con l'elevazione del ragazzo a icona del movimento antagonista e della madre a senatrice della repubblica, neanche a dirlo, per Rifondazione comunista.
Di simili icone è auspicabile che, dopo il 15 ottobre 2011, finalmente, a cominciare dagli indignati, nessuno avverta più la necessità.
EP
venerdì 14 ottobre 2011
C'E' UN GIUDICE A BRASILIA
Si chiama Helio Heringer, il Procuratore federale di Brasilia, che ha il merito di avere riaperto un caso che, grazie all'ignavia, la malafede e la ragion di stato, sembrava essere definitivamente chiuso.Cesare Battisti, il terrorista italiano pluricondannato all'ergastolo in Italia per i quattro efferati omicidi da lui commessi in gioventù, quando era militante dei Pac, grazie all'ordinanza di Heringer che ha invalidato il visto di soggiorno permanente in Brasile generosamente concessogli dopo la decisione assunta nell'ultimo giorno di mandato presidenziale da Lula di non estradarlo in Italia per scontare la sua pena (successivamente confermata dal Supremo tribunale dello stato sudamericano), non potrà più godersela come aveva iniziato a fare sulle spiagge dorate di Ipanema o Copacabana, rilasciando provocatorie e beffarde interviste ma, quantomeno, dovrà ricominciare a preoccuparsi, perché l'ordinanza prevede che venga espulso in Messico o in Francia, paesi nei quali aveva soggiornato e vissuto, godendo di protezioni e sostegno finanziario, fino a che fiutò il pericolo di essere estradato e fuggì in Brasile.Sicuramente la sentenza sarà impugnata dagli avvocati brasiliani di Battisti, lautamente finanziati dalla lobby gauchista francese guidata da Henry Bernard Levy e dalla scrittrice Fred Vargas, e il rischio è quello di andare alle calende greche, tuttavia la decisione del magistrato apre uno spiraglio di speranza per quanti, a cominciare dai parenti delle vittime, non chiedono vendetta ma soltanto giustizia. Già, perché il giudice Heringer, ha argomentato la sua decisione smontando clamorosamente la tesi secondo la quale Battisti sarebbe un perseguitato politico, sottolineando come egli debba scontare una pena per gravi reati comuni.Secondo Heringer infatti, la decisione di Lula di non estradare Battisti è politica e come tale va valutata ma non può mutare le caratteristiche dei reati per i quali il fuggiasco è stato condannato in Italia con sentenze passate in giudicato.In sostanza Battisti, in forza della iniqua decisione di Lula non è estradabile in Italia ma, secondo Heringer, non può rimanere il Brasile, paese dal quale deve essere espulso.
Battisti dunque, anche se ricorrerà contro l'ordinanza, torna ad indossare i panni che gli competono: quelli di un assassino in fuga e il, fino ad oggi, troppo ospitale Brasile comincia a non essere più un posto così sicuro.
C'è un giudice a Brasilia.
EP
Battisti dunque, anche se ricorrerà contro l'ordinanza, torna ad indossare i panni che gli competono: quelli di un assassino in fuga e il, fino ad oggi, troppo ospitale Brasile comincia a non essere più un posto così sicuro.
C'è un giudice a Brasilia.
EP
martedì 11 ottobre 2011
BIG BANG
Auguro a Matteo Renzi ogni successo, ma lo slogan scelto per la Leopolda II non è affatto foriero di buoni auspici. Sotto questa insegna, esattamente la stessa – 'Big bang' – Michel Rocard, nel 1993, promise lo scioglimento del Partito Socialista francese e si autopromosse rifondatore della sinistra d'Oltralpe. Le cose sono andate del tutto diversamente.
Oggi i sondaggi considerano il candidato socialista alle Presidenziali francesi, probabilmente Francoise Hollande, vincente contro l'attuale Capo dello Stato.
Anche per la sinistra italiana, prima di avveniristici 'big bang', consiglierei rigore, lavoro di gomito e tre impegni da assumere di fronte ai cittadini: misure per il rilancio dell'economia (innanzitutto patrimoniale, tassazione delle rendite finanziarie, lotta all'evasione fiscale, denari nella ricerca, tutele per i precari), investimento nelle nuove idee (e nelle giovani generazioni), sobrietà nel governo della cosa pubblica.
Questa che sarebbe una vera rivoluzione riformista!
RICCARDO NENCINI
Oggi i sondaggi considerano il candidato socialista alle Presidenziali francesi, probabilmente Francoise Hollande, vincente contro l'attuale Capo dello Stato.
Anche per la sinistra italiana, prima di avveniristici 'big bang', consiglierei rigore, lavoro di gomito e tre impegni da assumere di fronte ai cittadini: misure per il rilancio dell'economia (innanzitutto patrimoniale, tassazione delle rendite finanziarie, lotta all'evasione fiscale, denari nella ricerca, tutele per i precari), investimento nelle nuove idee (e nelle giovani generazioni), sobrietà nel governo della cosa pubblica.
Questa che sarebbe una vera rivoluzione riformista!
RICCARDO NENCINI
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UN BEL GUAIO
Walter Veltroni ha scelto il giorno ideale per riguadagnare il proscenio mediatico per rilanciare le sue vulcaniche trovate strategiche.Il giorno in cui la sua sodale francese Segolene Royal, duramente punita dall'elettorato socialista alle primarie, si scioglieva in un pianto dirotto di fonte all'occhio delle telecamere, probabilmente ancora incredula del suo risultato, il nostro, a Roma, alla riunione della sua "non-corrente" (vien da domandarsi se esiste un maldestro aspirante spin doctor che ha suggerito a Walter una simile, ennesima idiozia o se non sia più probabilmente farina del suo sacco), rilanciava la sua onirica visone della politica con le solite affermazioni già sentite a proposito di partito leggero, vocazione maggioritaria ecc, tutta roba utile a destabilizzare il Pd a far tirare il fiato al PdL, insomma a complicare la vita, già non facile, della coalizione di centrosinistra che di tutto avrebbe bisogno meno che di rilanci di questa natura. Una coalizione che, (finalmente qualcuno dovrebbe cominciare a dirlo, senza lasciare lo spartito a quella cima del pensiero occidentale che è Matteo Renzi, altro mirabile esempio di propalatore di fumosi proponimenti che è il primo a smentire con i fatti, visto che interpreta la carica di sindaco a guisa di piccolo despota), da anni è condizionata da personalità che, visti i risultati ottenuti, farebbero bene a coltivare unicamente i loro hobby o a scrivere libri di memorie.Walter Veltroni è il principale responsabile politico del disastro elettorale del centrosinistra nel 2008, poiché fu lui a provocare la crisi del governo Prodi che portò l'Italia alle elezioni anticipate, lui, postcomunista, che inventò il Pd, partito leggero, all'americana (una sua fissazione), a vocazione maggioritaria, lui che, ispirato da disordinate letture di apprendisti stregoni della sinistra alla Anthony Giddens, così come faceva in Francia Madame Royal, predicava una supposta terza via che superasse la socialdemocrazia, con il bel risultato che allora fu battuto, e che oggi il Pd, vero ircocervo della sinistra, appare un partito aidentitario, senza un vero collante politico e valoriale, tenuto insieme da un crogiuolo di personalismi, interessi e strategie antitetiche che, quotidianamente gli assestano colpi che, a lungo andare, potrebbero rivelarsi esiziali. In Francia "la gauche", la sinistra, è il Ps, partito nel quale convivono filoni di pensiero tra loro anche profondamente diversi ma fortemente ancorati ai valori del socialismo democratico. Al punto che la meteora Royal, che tentò maldestramente di accantonarli, come fece e insiste a fare Veltroni in Italia, in pochi anni è passata da candidata all'Eliseo (sconfitta), a candidata alla carica di segretario del Ps (sconfitta) per terminare la sua parabola con la devastante performance alle primarie di domenica scorsa. Il tutto nel volgere di soli quattro anni.
C'è da esserne certi: si è trattato del canto del cigno di Madame, che, verosimilmente, lascerà la ribalta della politica nazionale. Già, perché, nei paesi normali, le carriere politiche dei leader, o aspiranti tali, dopo le sconfitte, hanno termine.
In Italia non è così.
Veltroni,che è sulla breccia da almeno vent'anni, nonostante una serie impressionante di rovesci, continua imperterrito a riproporre se stesso e il suo debol pensiero e, purtroppo, in giro c'è ancora gente, nei media e nel suo partito, che seguita a dargli credito.
Un bel guaio per il campo della sinistra riformista.
EP
C'è da esserne certi: si è trattato del canto del cigno di Madame, che, verosimilmente, lascerà la ribalta della politica nazionale. Già, perché, nei paesi normali, le carriere politiche dei leader, o aspiranti tali, dopo le sconfitte, hanno termine.
In Italia non è così.
Veltroni,che è sulla breccia da almeno vent'anni, nonostante una serie impressionante di rovesci, continua imperterrito a riproporre se stesso e il suo debol pensiero e, purtroppo, in giro c'è ancora gente, nei media e nel suo partito, che seguita a dargli credito.
Un bel guaio per il campo della sinistra riformista.
EP
lunedì 10 ottobre 2011
UN MATRIMONIO E DUE ANNIVERSARI
Ieri, giorno in cui John Lennon avrebbe compiuto 71 anni, Sir Paul Mc Cartney ha contratto il suo terzo matrimonio con l'americana Nancy Shevell.
Cerimonia sobria, che si è tenuta nello stesso luogo del primo matrimonio celebrato oltre quarant'anni fa, il Marylebone Register Office di Londra, con pochi invitati, tra cui l'altro supersite della mitica band, Ringo Starr, anch'egli ultrasettantenne, ma come Sir Paul, in ottima forma.
Oggi, sempre a Londra sarà presentato un film documentario sulla vita del quarto beatle, George Harrison, scomparso poco meno di dieci anni fa, realizzato nientemeno che da Martin Scorsese, il regista che scelse un pezzo di George, What is life, per una tre le sequenze più efficaci di uno dei suoi film più acclamati, The good fellas.
Sembra incredibile ma a distanza di quasi mezzo secolo dal loro debutto, di poco più di quarant' anni dal loro scioglimento, i Beatles continuano, da vivi come da morti, a calamitare l'attenzione di media, artisti, fans e osservatori, più di altri componenti di qualsiasi altra band.
Certo Macca, che appare in gran forma nonostante lo scorrere degli anni (quasi 70), ancora in piena attività contribuisce a tenere viva la memoria di un fenomeno non solo musicale su cui in molti si sono esercitati nell'analisi delle ragioni.
Quel che è certo, al di la della indiscussa qualità e quantità della loro produzione musicale, i Beatles rimangono ancora il simbolo e l'esempio positivo di come i cambiamenti di costumi e mentalità possano nascere quasi per caso e soprattutto essere attuati non già con proclami incendiari ma con gesti, parole e musica che, in ragione della loro semplice bellezza, li rendono concreti.
Ieri cadeva anche l'anniversario dell'uccisione, avvenuta nel 1967 in Bolivia di Ernesto Che Guevara, il cui mito, molto controverso e discutibile, sembra anch'esso resistere alle ingiurie del tempo, consegnato tuttavia unicamente alla memoria di chi lo ha elevato ad icona e simbolo dell'Araba Fenice della rivoluzione permanente da condurre su scala mondiale .
Tuttavia, anche il Che, come i Beatles, sta a pieno titolo nella galleria dei ricordi degli anni 60 e resta un segmento importante per comprendere quella complessa e per certi versi irripetibile vicenda storica sulla quale molto è stato scritto.
Con la sola differenza che "bucano" le coscienze molto di più i poco più di tre minuti di "Let it be" di Lennon - Mc Cartney che non le oltre 150 pagine de "La guerra di guerriglia" di Che Guevara.
EP
Cerimonia sobria, che si è tenuta nello stesso luogo del primo matrimonio celebrato oltre quarant'anni fa, il Marylebone Register Office di Londra, con pochi invitati, tra cui l'altro supersite della mitica band, Ringo Starr, anch'egli ultrasettantenne, ma come Sir Paul, in ottima forma.
Oggi, sempre a Londra sarà presentato un film documentario sulla vita del quarto beatle, George Harrison, scomparso poco meno di dieci anni fa, realizzato nientemeno che da Martin Scorsese, il regista che scelse un pezzo di George, What is life, per una tre le sequenze più efficaci di uno dei suoi film più acclamati, The good fellas.
Sembra incredibile ma a distanza di quasi mezzo secolo dal loro debutto, di poco più di quarant' anni dal loro scioglimento, i Beatles continuano, da vivi come da morti, a calamitare l'attenzione di media, artisti, fans e osservatori, più di altri componenti di qualsiasi altra band.
Certo Macca, che appare in gran forma nonostante lo scorrere degli anni (quasi 70), ancora in piena attività contribuisce a tenere viva la memoria di un fenomeno non solo musicale su cui in molti si sono esercitati nell'analisi delle ragioni.
Quel che è certo, al di la della indiscussa qualità e quantità della loro produzione musicale, i Beatles rimangono ancora il simbolo e l'esempio positivo di come i cambiamenti di costumi e mentalità possano nascere quasi per caso e soprattutto essere attuati non già con proclami incendiari ma con gesti, parole e musica che, in ragione della loro semplice bellezza, li rendono concreti.
Ieri cadeva anche l'anniversario dell'uccisione, avvenuta nel 1967 in Bolivia di Ernesto Che Guevara, il cui mito, molto controverso e discutibile, sembra anch'esso resistere alle ingiurie del tempo, consegnato tuttavia unicamente alla memoria di chi lo ha elevato ad icona e simbolo dell'Araba Fenice della rivoluzione permanente da condurre su scala mondiale .
Tuttavia, anche il Che, come i Beatles, sta a pieno titolo nella galleria dei ricordi degli anni 60 e resta un segmento importante per comprendere quella complessa e per certi versi irripetibile vicenda storica sulla quale molto è stato scritto.
Con la sola differenza che "bucano" le coscienze molto di più i poco più di tre minuti di "Let it be" di Lennon - Mc Cartney che non le oltre 150 pagine de "La guerra di guerriglia" di Che Guevara.
EP
sabato 8 ottobre 2011
DELITTI E COMPLEANNI.
Il 7 ottobre 2011, il Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, Silvio Berlusconi, si è recato a Mosca per partecipare ai festeggiamenti in occasione del compleanno del Primo Ministro della Federazione Russa Wladimir Putin, di cui è devoto amico e ammiratore.
Il 10 ottobre del 2006, si svolsero i funerali di Anna Politovskaja, la giornalista della Novaja Gazeta, assassinata tre giorni prima, con un colpo di pistola, da un killer, all'interno dell'ascensore della sua casa di Mosca.
Cinque anni dopo il delitto, che, guarda caso, fu consumato, nel giorno del compleanno del grande amico di Berlusconi, l'ex comunista, ex membro del KGB Wladimir Putin, allora presidente uscente della Federazione russa, oggi quasi sicuramente rientrante, dopo quattro anni sabbatici (si fa per dire) trascorsi a fare il premier di Medvevdev, il mistero sull'ammazzatina che per le modalità con le quali è stato commesso, mantiene intatto il profilo di omicidio mafioso in salsa tardostaliniana, c'era da scommetterci, non è ancora stato disvelato.
E chissà quando mai lo sarà.
L'arresto, avvenuto lo scorso agosto di Dmitrij Pavliucenkov, colonnello in congedo che avrebbe pagato e istruito il ceceno Rustam Makhmudov, fermato qualche mese prima con l'accusa di essere il killer della donna, suscita infatti non pochi dubbi poichè, a distanza di mesi da entrambe le azioni giudiziarie, non si è ancora capito chi o quali sarebbero i mandanti che avrebbero fornito mezzi e logistica ai due.
La Politovakaja, che oggi avrebbe 53 anni, era, giova ricordarlo, come lei stessa ebbe a scrivere, una reietta, un'esclusa, a causa del suo impegno nella denuncia delle atrocità perpetrate dalle truppe russe ai danni dei civili nella "guerra sporca" della Cecenia, oggi tutt'altro che conclusa, e di cui, in Russia, come in Occidente, oggi come allora, nessuno parla.
Una spina nel fianco della demoktatura putiniana, ancora oggi intenta a proseguire nella macelleria a cielo aperto nella regione caucasica i cui abitanti, a maggiorenza musulmana, sin dai tempi degli zar, sono sempre stati ostili alla sola idea di essere parte della Russia, si tratti di impero, repubblica dei soviet o federazione.
Quello che è certo che, al tempo, dopo il rinvenimento del corpo della giornalista, l'establishment federale provò immediatamente a mettere in atto una manovra mediatica depistante, credendo fosse possibile liquidare il fatto di sangue come un episodio di delinquenza comune. Manovra fallita poichè, gli amici della Politovsaja, una parte sia pur residuale dell'opinione pubblica russa e gli osservatori occidentali, la sventarono, sbugiardando gli inquirenti e costringendoli ad avviare un'indagine.
Meglio sarebbe dire "una specie di indagine" che si trascina da ormai un lustro con risultati risibili, se si considera che, ci si trova innanzi a un tenebroso ambiente che forse solo la penna di Federick Forsythe sarebbe in grado di descrivere, dove gli intereressi e le complicità si incrociano e soprattutto, innanzi a un paese dove la pratica di assassinare chi "canta fuori dal coro", nel descrivere lo stato delle cose in Cecenia, specie se giornalista, specie se donna, è proseguita nel 2009 con l'assassino (un colpo alla nuca in pieno centro di Mosca) di Anastasia Baburova, che svolgeva il suo lavoro occupandisi della medesima questione per lo stesso giornale della Politovskaja e di Natalia Estamirova, rapita sempre nel 2009 nella sua casa di Grozny, la capitale della regione caucasica, e trovata uccisa con un colpo alla nuca.
Neanche a dirlo, anche le indagini su questi delitti, che persino una matricola al primo anno di criminologia, saprebbe come indirizzare, sono saldamente ancorate nel porto delle nebbie.
Perchè. come sostiene Juilia Latynina, giornalista (vivente) della Novaja Gazeta," In Russia non si usa punire. Si lotta solo per i soldi. Sul resto, ci si può comunque accordare"
Uno poi si interroga su come nascono e si saldano certe amicizie. A buon intenditor...
EP
Il 10 ottobre del 2006, si svolsero i funerali di Anna Politovskaja, la giornalista della Novaja Gazeta, assassinata tre giorni prima, con un colpo di pistola, da un killer, all'interno dell'ascensore della sua casa di Mosca.
Cinque anni dopo il delitto, che, guarda caso, fu consumato, nel giorno del compleanno del grande amico di Berlusconi, l'ex comunista, ex membro del KGB Wladimir Putin, allora presidente uscente della Federazione russa, oggi quasi sicuramente rientrante, dopo quattro anni sabbatici (si fa per dire) trascorsi a fare il premier di Medvevdev, il mistero sull'ammazzatina che per le modalità con le quali è stato commesso, mantiene intatto il profilo di omicidio mafioso in salsa tardostaliniana, c'era da scommetterci, non è ancora stato disvelato.
E chissà quando mai lo sarà.
L'arresto, avvenuto lo scorso agosto di Dmitrij Pavliucenkov, colonnello in congedo che avrebbe pagato e istruito il ceceno Rustam Makhmudov, fermato qualche mese prima con l'accusa di essere il killer della donna, suscita infatti non pochi dubbi poichè, a distanza di mesi da entrambe le azioni giudiziarie, non si è ancora capito chi o quali sarebbero i mandanti che avrebbero fornito mezzi e logistica ai due.
La Politovakaja, che oggi avrebbe 53 anni, era, giova ricordarlo, come lei stessa ebbe a scrivere, una reietta, un'esclusa, a causa del suo impegno nella denuncia delle atrocità perpetrate dalle truppe russe ai danni dei civili nella "guerra sporca" della Cecenia, oggi tutt'altro che conclusa, e di cui, in Russia, come in Occidente, oggi come allora, nessuno parla.
Una spina nel fianco della demoktatura putiniana, ancora oggi intenta a proseguire nella macelleria a cielo aperto nella regione caucasica i cui abitanti, a maggiorenza musulmana, sin dai tempi degli zar, sono sempre stati ostili alla sola idea di essere parte della Russia, si tratti di impero, repubblica dei soviet o federazione.
Quello che è certo che, al tempo, dopo il rinvenimento del corpo della giornalista, l'establishment federale provò immediatamente a mettere in atto una manovra mediatica depistante, credendo fosse possibile liquidare il fatto di sangue come un episodio di delinquenza comune. Manovra fallita poichè, gli amici della Politovsaja, una parte sia pur residuale dell'opinione pubblica russa e gli osservatori occidentali, la sventarono, sbugiardando gli inquirenti e costringendoli ad avviare un'indagine.
Meglio sarebbe dire "una specie di indagine" che si trascina da ormai un lustro con risultati risibili, se si considera che, ci si trova innanzi a un tenebroso ambiente che forse solo la penna di Federick Forsythe sarebbe in grado di descrivere, dove gli intereressi e le complicità si incrociano e soprattutto, innanzi a un paese dove la pratica di assassinare chi "canta fuori dal coro", nel descrivere lo stato delle cose in Cecenia, specie se giornalista, specie se donna, è proseguita nel 2009 con l'assassino (un colpo alla nuca in pieno centro di Mosca) di Anastasia Baburova, che svolgeva il suo lavoro occupandisi della medesima questione per lo stesso giornale della Politovskaja e di Natalia Estamirova, rapita sempre nel 2009 nella sua casa di Grozny, la capitale della regione caucasica, e trovata uccisa con un colpo alla nuca.
Neanche a dirlo, anche le indagini su questi delitti, che persino una matricola al primo anno di criminologia, saprebbe come indirizzare, sono saldamente ancorate nel porto delle nebbie.
Perchè. come sostiene Juilia Latynina, giornalista (vivente) della Novaja Gazeta," In Russia non si usa punire. Si lotta solo per i soldi. Sul resto, ci si può comunque accordare"
Uno poi si interroga su come nascono e si saldano certe amicizie. A buon intenditor...
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