giovedì 30 dicembre 2010

FIAT

Il muro contro muro non è mai servito a nessuno, alla Fiat come in qualunque altra fabbrica, perché produce tensioni inutili e pericolose per tutti.


L’accordo andava firmato perché non c’erano alternative migliori praticabili e sbaglia la Fiom a credere che la crisi dell’industria dell’auto, con le fabbriche e gli operai, si possa risolvere sbarrando la strada a Marchionne. Questa crisi non ha confini nazionali e una autentica soluzione riformista va cercata a livello globale. Da domani però bisogna augurarsi che tutti, a cominciare dall’amministratore delegato della Fiat, governo compreso, si dimostrino fino in fondo all’altezza della situazione facendo un passo avanti sulla questione delle rappresentanze sindacali, un nodo che va sciolto per non permettere la radicalizzazione delle posizioni.
RICCARDO NENCINI

PERCHE' L'ARIA DELLE CITTA' RENDE LIBERI

Il giornale di Fli risponde a Nencini.


Luciano Lanna, direttore responsabile del Secolo d'Italia, quotidiano di Futuro e Libertà, è intervenuto oggi con un editoriale in risposta alla lettera di Nencini pubblicata ieri dal Corsera:

http://www.secoloditalia.it/publisher/In%20Edicola/section/






mercoledì 29 dicembre 2010

LETTERA AL CORRIERE DELLA SERA

IL CENTROSINISTRA DEL SAPER FARE

La Nazionale di Bearzot potrebbe fornire l'ispirazione. La Nazionale quarta in Argentina e quella prima in Spagna. Entrambe. Un gruppo collaudato aperto ai più giovani, gioco spumeggiante retto da una difesa solida, il sostegno di un Presidente – quindi di una nazione -, una guida con un piglio mai bellicoso. Un'ottima combinazione di creatività e di esperienza, quella stessa sinergia che fece uscire l'Italia, tra il 1943 e il 1948, dal tunnel in cui era stata precipitata dal fascismo morente.
Al ciclo berlusconiano che tramonta si deve opporre una squadra che fondi la sua coesione ed il suo progetto su quegli stessi fattori e che faccia del lavoro, della conoscenza, della inclusione e del merito i pilastri attorno ai quali costruire una politica nuova.
Sull'asse tra la sinistra riformista, i cattolici democratici ed i liberaldemocratici di centro si può coltivare l'idea di un'Italia normale. Un Piano Marshall etico e politico destinato alla ricostruzione di una nazione che ha smarrito la sua missione, rancorosa ed egoista nella forbice sempre più aperta tra ricchezza e povertà, seduta sulla porta di casa con lo sguardo perso nel vuoto.
La ricostruzione deve avvenire fuori dal Parlamento e passare intanto dalle città che in primavera andranno al voto. 'L'aria della città rende liberi' recitava un detto medievale. Nelle città ancora oggi maturano i semi del nuovo, le radici del cambiamento. Da lì bisogna partire.
Prima di parlare di 'primarie', una trappola per i riformisti non ancora legati in una coalizione certa, bisogna spiegare agli italiani le cose che si intendono fare.
Il 'centrosinistra del saper fare'. Il più bel regalo per l'anno nuovo che si possa fare all'Italia.

RICCARDO NENCINI
Segretario Nazionale Psi

domenica 26 dicembre 2010

NOI, ITALIANI E SOCIALISTI

Inizio questo mio ultimo editoriale del 2010 dalle bugie che l’onorevole Rosy Bindi ha rovesciato sui socialisti durante il suo recente comizio a Ballarò.

Meritano poche parole, meriterebbero anzi il silenzio se fossero state pronunciate per strada da una signora di mezza età anziché in tv dal presidente del maggior partito di opposizione che, in nome del riformismo, si candida a diventare l’alternativa a Berlusconi. L’amara constatazione è che il sentimento antisocialista è ancora vivo in parte del centrosinistra e che, a distanza di quasi venti anni dalla mattanza politica di Tangentopoli, le mistificazioni sulla storia recente del PSI siano ancora nelle corde di tanti Bertoldo. Cominciamo intanto col dire che dei disastri degli ultimi diciotto anni, quelli della Seconda Repubblica, i socialisti non portano alcuna responsabilità; abbiamo pagato a carissimo prezzo la furia giacobina degli anni ‘90, continuiamo oggi a portarne i segni.
In tutta Europa il blocco progressista è organizzato attorno a forze di ispirazione socialista, che si alternano al governo con i conservatori; in Italia si è deciso di eliminare o di considerare residuale il riformismo socialista. Risultato: la peggiore destra d’Europa rischia di prevalere ancora, nonostante il suo ciclo stia giungendo al termine.
Il voto in Parlamento del 14 dicembre scorso ha sancito, nonostante la risicata vittoria numerica (e politica) di Berlusconi, il fallimento della “missione” nella quale milioni di italiani si erano riconosciuti. Il quadro è desolante: l’Italia è più divisa, più povera, con istituzioni più deboli, lontana dalla possibilità di agganciare la ripresa in tempi brevi.
Come si batte questa destra? Non con un nuovo “frontismo”, ma con una coalizione della sinistra riformista con le forze di centro strette attorno ad un progetto per l’Italia fondato sul lavoro, sulla sicurezza, sulla sobrietà, sul merito, lontano da ogni radicalismo e da ogni forma di giustizialismo.
Il centrosinistra, anziché lacerarsi con primarie fratricide per la leadership, deve definire un programma e un progetto di “ricostruzione nazionale” in grado di dare risposte concrete alla crisi del sistema politico e istituzionale, causa principale della crisi economica e sociale che sta travolgendo soprattutto il modo giovanile. Per quanto ci riguarda, proseguiremo nel dialogo con radicali ed ambientalisti per costruire iniziative comuni su questioni che stanno nel cuore degli italiani (dai costi della politica all’informazione) senza escludere un lavoro condiviso in alcune tra le città che andranno al voto in primavera.
Il 2010 è stato l’anno del congresso di Perugia, in cui si è delineata “la rivoluzione del buonsenso” ed in cui il PSI ha ritrovato se stesso. L’anno che verrà, Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, sarà decisivo per le sorti del nostro Paese e noi, come socialisti e come italiani, vogliamo fare la nostra parte: con l’orgoglio, il senso di responsabilità e la cultura di governo che da sempre sono la cifra del nostro partito.

RICCARDO NENCINI
Avanti! della domenica n. 45 del 26/12/10

giovedì 23 dicembre 2010

DIPIETRISMO E VELTRONISMO

L’ antipolitica e la retorica “anti partitocratica” cavalcata da una parte della sinistra le hanno fatto danni politici ed elettorali catastrofici per anni. Il 14 dicembre, le hanno fatto danni anche pratici e immediati, decidendo la vittoria numerica di Berlusconi.

Da sempre osserviamo (ripetendo per la verità l’ABC) che antipolitica”, anti partitocrazia”, qualunquismo e personalizzazione della politica sono in tutto il mondo lo strumento della destra, mentre al contrario la politica con la P maiuscola e i partiti organizzati democraticamente sono lo strumento della sinistra. Soltanto una sinistra italiana anomala e “impazzita” poteva inseguire dipietrismo e veltronismo. Anche perché il dipietrismo è una assicurazione sulla vita per Berlusconi, l’altra faccia della stessa medaglia, l’avversario perfetto da scegliersi per aumentare i voti. Di Pietro, padre padrone come Berlusconi di un partito non democratico e demagogo come Berlusconi. A lui speculare, è sempre stato un formidabile repellente di voti ai danni della sinistra. Un repellente per gli ex socialisti ed ex democristiani che non gli perdonano di avere distrutto i loro partiti. Un repellente per chi crede nello Stato di diritto,ricorda e teme gli eccessi del giustizialismo. Un repellente perché formidabile “testimonial” di Berlusconi quando questi inveisce contro la “magistratura politicizzata alleata della sinistra”. Qualcuno contesta lo slogan? Compare l’ex magistrato Di Pietro diventato leader politico e alleato del PD e compare il perfetto simbolo vivente (e strepitante) della “magistratura politicizzata alleata della sinistra”. E a ulteriore rafforzamento del suo essere testimonial berlusconiano, si tira dietro continuamente altri simboli, persino più spregiudicati, come De Magistris.
Mentre questi danni di fondo si trascinano da anni, ecco che il 14 si è aggiunto in modo emblematico il danno immediato, la sconfitta concreta e cocente. E’ un caso che due deputati dipietristi e il PD Calearo abbiano fatto la differenza nel voto decisivo? Per di Pietro, perdere parlamentari lungo la strada non è l’eccezione, ma la norma. Dopo le elezioni del 2001, il suo unico senatore, Carraro, è andato in Forza Italia, ed è ancora parlamentare del PdL. Dopo il 2006, il pluri inquisito senatore Di Gregorio, passando al nemico, ha segnato l’inizio del declino per il governo Prodi.
Adesso i transfughi sono diventati addirittura due. Perché? Perché l’Italia dei Valori è l’essenza della antipolitica e della sua personalizzazione. Non è un partito e non è democratica, non ha storia, né cultura, né programmi. Il dipietrismo è un marchio in franchising, un brand a disposizione sul mercato elettorale. Qualunque imbroglione e mestatore locale lo può adottare e aprire una bottega politica, sperando di fare fortuna.
Non c’è bisogno di ragionare e approfondire, per diventare un dipietrino locale. Basta gridare più forte degli altri un concetto semplice: “vogliamo che i politici ladri vadano in galera”. Una propaganda popolare e monotematica. Come quella di Bossi d’altronde: “non vogliamo gli immigrati delinquenti e non vogliamo pagare le tasse per mantenere quegli straccioni di meridionali”. Naturalmente, se al dipietrino viene offerto in franchising un marchio più vantaggioso, cambia l’insegna della bottega e passa alla concorrenza, come è avvenuto il 14 dicembre (e precedentemente con i senatori Carraro e Di Gregorio).
L’antipolitica, scriteriatamente cavalcata dalla sinistra, si è ritorta contro gli apprendisti stregoni anche nel caso Calearo.
Che non è un semplice deputato, è il capolista del PD alla Camera, imposto da Veltroni, in una regione chiave come il Veneto. Un simbolo clamoroso, dunque, del fallimento del veltronismo. Ci si doveva accodare nella regione più leghista alla retorica della “Italia che produce”? Si doveva dimostrare che si è vicini alle imprese private nascondendo la lunga coda di paglia di ex comunisti? Semplice. Si è preso non un industriale vero, ma il figlio di un industriale e in 24 ore lo si è trasformato in leader politico.
Come d’altronde si è fatto a suo tempo per il candidato a sindaco di Milano Fumagalli che, regolarmente sconfitto, non si è neppure degnato di guidare come consigliere comunale l’opposizione: si è dimesso dopo pochi mesi. Si dava uno schiaffo in questo modo ai militanti e ai quadri dirigenti di partito, scavalcati dopo anni di sacrifici? Si ridicolizzavano le chiacchere spese per la “meritocrazia” e i giovani, dimostrando che si viene scelti come leader di un partito della sinistra esattamente come si fa carriera nell’Italia del declino, ovvero perché si è figli di qualcuno? Non importa. Alla vigilia delle elezioni politiche del 2008 il “nuovismo” di Veltroni non si fermava certo di fronte a queste piccolezze. Come avrebbe potuto? In nome del nuovismo e della demagogia, Veltroni aveva nel contempo contribuito a cancellare dal Parlamento (cosa riuscita al solo fascismo) i socialisti, e aveva invece salvato i dipietristi, che senza l’alleanza elettorale col Pd, non avrebbero probabilmente raggiunto la soglia del 4 per cento e sarebbero spariti: sarebbero spariti loro, il loro brand in franchising, il loro ricatto continuo al PD e i loro deputati in vendita.
Adesso, il 14 dicembre, i due deputati dipietristi e Calearo hanno deciso la partita.
E’ finita 314 a 311 per Berlusconi. Se i tre non avessero tradito, sarebbe finita sempre 314 a 311, ma contro Berlusconi. I numeri, come i fatti, hanno la testa dura.
Fanno toccare con mano a tutti i risultati devastanti per la sinistra della anti politica, accompagnata dai suoi naturali corollari di “nuovismo” e demagogia.
UGO INTINI